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Psicologia, Psicologi e …altro!

di Giuseppe Luigi Palma

In un recente Convegno organizzato dall’Ordine si è avuto modo di sottolineare quanto ampia sia la presenza della Psicologia nella nostra società. Basti pensare alle numerose riviste di settore, alle immancabili rubriche in ogni giornale, in ogni trasmissione TV, radio, ecc. in cui si parla di Psicologia a vari livelli ed in diversi modi. Rimane il problema che di Psicologia non parlano solo gli Psicologi, ma quasi tutti, forse nella convinzione che in fondo … “siamo tutti un po’ psicologi”. Personalmente credo che abbia ragione Giovanni Jervis quando, a proposito della psicoterapia, dice che esiste la psicoterapia non professionale (quella del barista, del portinaio, dell’amico, ecc.), ma poi c’è la psicoterapia professionale che, evidentemente è un’altra cosa. 

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[1] Presidente Ordine Psicologi Regione Puglia

Per analogia, ritengo che accanto ad una volgarizzazione della Psicologia (quella della TV, di certe riviste, ecc.) c’è poi la Psicologia Professionale, quella, cioè, dei professionisti Psicologi scritti all’Albo, con delle competenze specifiche maturate in ambito accademico ed integrate da esperienze pratiche e teoriche alcune obbligatorie come il tirocinio ed altre direttamente scelte dal singolo Professionista. Fatte queste considerazioni vi sono una serie di problematiche connesse tra di loro tra cui l’esercizio abusivo della professione di psicologo da parte di non Psicologi. Dal punto di vista giuridico, l’esercizio abusivo della professione è certamente un reato penale e l’Ordine tra le varie attribuzioni ha anche quella di vigilare per la tutela del titolo professionale e svolgere attività dirette ad impedire l’esercizio abusivo della professione (lett. h, comma 2, art. 12, L.56/89). Lo stesso codice deontologico degli psicologi assegna agli iscritti il compito di contrastare l’esercizio abusivo della professione come definita dagli articoli 1 e 3 della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, e di segnalare al Consiglio dell’Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza. Parimenti, prevede ancora il Codice, lo Psicologo utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive.

E così talvolta accade che gli Ordini denuncino le situazioni di esercizio abusivo alla Procura che dopo le opportune verifiche interviene ed in alcuni casi arriva alla condanna del soggetto denunciato. Questo accade un po’ dappertutto, anche in Puglia, più facilmente quando l’abusivo espone la targa o effettua la pubblicità fregiandosi del titolo di Psicologo senza averne i requisiti. La situazione cambia radicalmente quando il presunto abusivo non si definisce psicologo e/o  utilizza una terminologia ambigua per descrivere le prestazioni che offre, pur operando in ambito e con tecniche prettamente psicologiche. In tali casi bisogna dimostrare, perché si possa configurare il reato di esercizio abusivo della professione, che quelle attività sono di competenza dello Psicologo. E qui riscontriamo alcune difficoltà in quanto attualmente la fonte normativa che definisce la Professione di Psicologo è la L. 56/89 ed in particolare l’art. 1 che, testualmente recita: “La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.”  Intuitivamente possiamo rilevare che questa definizione della Professione, per quanto possa essere chiara per gli Psicologi, potrebbe generare non pochi dubbi ai non addetti ai lavori. E siccome sono i tribunali ad emettere le eventuali condanne di esercizio abusivo della professione e non gli Psicologi, ne deriva che non è così scontato che vi sia uniformità di vedute/sentenze sulle varie questioni. Tutto ciò accade nonostante esista l’Ordine, facile immaginare cosa potrebbe succedere se l’Ordine non ci fosse o se la sua funzione dovesse essere ridimensionata come ormai si vocifera da tempo. È vero infatti che il tema della riforma delle professioni, di tutte le professioni, è regolarmente presente in ogni programma elettorale tanto di destra quanto di sinistra.

Io sono tra quelli che credono nella funzione degli Ordini non solo rispetto alla tutela del titolo professionale e quindi dei Professionisti, ma soprattutto credo che l’Ordine costituisca una insostituibile garanzia per l’utente/cliente, e quindi per la società civile.

Ma torniamo alle considerazioni politiche. Anche il programma dell’attuale Governo prevedeva la cosiddetta riforma degli Ordini. Ed infatti sono state presentate diverse proposte di legge. La problematica della riforma delle Professioni e cioè degli Ordini è spesso posta all’interno del contesto più ampio caratterizzato dall’esigenza di rilanciare l’economia e la competitività. Vi è, dunque, l’idea di base, che le norme che attualmente regolano l’accesso alle professioni siano un ostacolo allo sviluppo economico. Non mi voglio addentrare su questioni quali quella di capire se gli ordinamenti professionali ad esempio degli ingegneri, degli architetti o delle altre professioni possano incidere negativamente sull’economia, ma qualche considerazione sulla nostra professione la vorrei fare. Innanzitutto credo che la professione di Psicologo sia una di quelle professioni particolarmente orientate allo sviluppo del benessere e quindi alla salute dell’individuo. Credo pure che sulla salute ci sia poco da scherzare e che gli individui abbiano il diritto di avere prestazioni adeguate caratterizzate da appropriatezza ed efficacia. Non riesco a pensare ad un sistema di accesso alla nostra professione in grado di offrire le necessarie garanzie al cittadino che faccia a meno dell’istituzione ordinistica. Penso che eventuali ulteriori sistemi possano operare al limite affiancando l’Ordine nella delicata mission più sopra delineata. In tale contesto penso in particolare al ruolo che le società scientifiche, poco sviluppate per la nostra disciplina, potrebbero avere per migliorare ed implementare le buone prassi professionali, validare l’efficacia degli interventi, mettere a punto protocolli diagnostici e terapeutici, ecc. Tutto questo aumenterebbe le garanzie di affidabilità dei nostri interventi richieste dagli utenti/clienti e sarebbe il miglior modo per tutelare la professione e gli psicologi …professionisti. Ma ahimé le cose non stanno affatto così, le società scientifiche in ambito psicologico stentano a decollare, e se anche il Governo non ha approvato nessuna delle riforme sulle professioni fino ad ora proposte, di fatto, a mio avviso c’è stata una riforma implicita che rischia di delegittimare gli Ordini non solo agli occhi degli utenti/clienti, ma anche agli occhi degli stessi professionisti. Mi riferisco a due fatti concreti:

-         Il primo riguarda le proroghe che hanno generato all’interno delle istituzioni ordinistiche un clima di incertezza, di confusione e quindi una difficoltà nella programmazione delle linee di intervento. Questa situazione potrebbe favorire una certa disaffezione degli stessi Professionisti rispetto alle Isituzioni Ordinistiche oltre che essere vissuta negativamente anche dall’opinione pubblica. Le proroghe degli attuali Consigli, come ho già avuto modo di spiegare, sono dovute alla mancata predisposizione del regolamento elettorale da parte del Ministero di Giustizia per consentire ai laureati triennalisti di votare ed essere votati per il rinnovo dei Consigli degli Ordini delle seguenti Professioni: dottore agronomo e dottore forestale, architetto, assistente sociale, attuario, biologo, chimico, geologo, ingegnere e psicologo. Coloro che hanno interesse a gettare fango sugli Ordini cercano di far passare l’idea che invece le proroghe siano imputabili alla cattiva volontà dei Consigli in carica. Il paradosso deriva dal fatto che per garantire a poche unità di triennalisti il diritto di voto lo si nega di fatto ai 48.500 psicologi iscritti.

-         Il secondo riguarda la mancata approvazione del tariffario. La L. 56/89 prevede che il Consiglio Nazionale debba proporre “le tabelle delle tariffe professionali degli onorari minime e massime e delle indennità ed i criteri per il rimborso delle spese, da approvarsi con decreto del Ministro di Grazia e Giustizia di concerto con il Ministro della Sanità”. Il Consiglio Nazionale ha ottemperato a tale incombenza già nel lontano 1998 proponendo al Ministero di Giustizia le tabelle delle tariffe. Il ministero della Salute ha esaminato la proposta, sono stati fatti dei rilievi e richieste di precisazioni a cui il Consiglio Nazionale ha tempestivamente risposto, ma a tutt’oggi il decreto di approvazione del tariffario in questione non è stato emanato. Per completezza di cronaca ricordo che anche i tariffari delle altre professioni hanno avuto la stessa sorte. C’è, però, una differenza fondamentale. Le altre professioni sono in attesa dell’approvazione degli aumenti delle tariffe, per gli assistenti sociali e per noi psicologi si tratta del primo tariffario ed è questa circostanza che fa la differenza. Il nostro tariffario oltre ad elencare tabelle dei costi delle singole prestazioni, costituisce anche un modo per meglio specificare al grande pubblico quali sono le prestazioni dello psicologo e, quindi, anche che cosa …. non può fare chi non è psicologo!

Ora questi due fatti appena citati ed altri che potrei citare sono a fondamento della mia precedente affermazione in base alla quale mi sembra sia in atto una riforma degli Ordini in forma implicita. Si tratta di eventi che inevitabilmente hanno contribuito non poco a delegittimare le istituzioni ordinistiche con evidenti ricadute negative sulle professioni e sui professionisti. Non voglio ipotizzare che tutto ciò sia stato voluto e pianificato, per evitare di essere accusato di avere un approccio alla realtà di tipo paranoico.

Cosa fare? Innanzitutto prendere coscienza di tali criticità e delle relative implicazioni, poi difendere l’Ordine dagli attacchi interni ed esterni, puntare sulla qualità, abbandonare definitivamente le logiche di autoreferenzialità, sostenere la ricerca attraverso lo sviluppo delle società scientifiche, ripensare la professione di psicologo in modo da poter adeguatamente intercettare la domanda di psicologia proveniente da ambiti solitamente considerati non tradizionali e restituirla ai Professionisti Psicologi.

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