La manipolazione della manipolazione mentale (Capitolo II)

La manipolazione della manipolazione mentale (Capitolo II)

2. l’argomento etico

2.a Il gioco delle tre carte

In verità, gli apologeti dei culti non sono dei negatori dell’idea della persuasione illegittima. Essi sono negatori della illegittimità della persuasione. In altri termini, riconoscono che le persone possono indurre altre persone a fare o non fare cose, anzi, affermano che proprio perché la persuasione è ovunque e caratterizza ogni relazione umana, gli “anti sette” rischiano di produrre una sorta di caccia alle streghe che metterebbe in pericolo qualunque persuasore, dal genitore al professore, dal prete al fidanzato1. Ad avvertire l’opinione pubblica di questo rischio sono soprattutto alcuni studiosi di matrice cattolica. In realtà, come non è vero che i difensori dei culti negano la persuasione illegittima ma solo l’illegittimità della persuasione, è altrettanto falso che gli “anti sette” combattano ogni forma di persuasione, limitandosi a concentrarsi su quella illegittima. E' il tema della legittimità, quindi, il cuore della questione, ma genitori e fidanzati, insegnanti ed educatori è ben raro che possano trovarsi in situazioni in cui si possa porre un simile dubbio. E’ probabile, però, che l’insospettabile tolleranza per i culti e l’altrettanto anomalo singulto libertario di alcuni autori cattolici sia mosso dalla preoccupazione che accuse di manipolazione possano essere mosse a religiosi. A dire il vero, è proprio quanto è stato espresso da alcuni di questi. Poi è chiaro che la difficoltà nel definire i limiti di una induzione indebita esiste e che questo comporta un grosso rischio di arbitrarietà ma, come detto a proposito del “paradigma del guardialinee”, se non si trova un criterio per fabbricare un costrutto, i rischi prodotti da questa mancata costruzione supereranno quelli prodotti dalla sua edificazione. Rischi proprio per quella libertà a cui sono così sensibili i relativisti “libertari”. Ciò rappresenta il primo esempio di quella doppia faccia che è caratteristica fondante del discorso degli apologeti dei culti.

Non esiste argomento cultista che non finisca in un vicolo cieco non appena dallo slogan si passi all’analisi logica. Riprendiamo l’affermazione secondo la quale “la manipolazione è ovunque” da cui discende la conclusione che non è possibile censurarla. Ora si pongono solo due possibilità. Tertium non datur. La prima è che i fautori di questa visione ritengono che non esistono persone disoneste e scorrete la cui persuasione miri all’altrui sfruttamento. E’ ipotesi che ritengo improbabile. La seconda è molto più interessante quanto a conseguenze logiche. E’ l’ipotesi che i partigiani della libera persuasione siano insensibili ai fini come alle conseguenze della persuasione. Del resto, visto che la persuasione è “libera”, trattasi di contratti fra adulti consenzienti. Se qualcuno ne rimane offeso, fatti suoi. Questa valutazione “neutrale” – un religioso la potrebbe trovare cinica – apre uno scenario totalmente nuovo. Non vale a mitigarlo l'obiezione che gli apologeti dei culti fanno, ossia che loro ritengono legittime tutte le forme di persuasione perché ritengono che non esistono tipi qualitativamente differenti di persuasione (leggasi, “tecniche” di “lavaggio del cervello”), perché a produrre un abuso non è la qualità della persuasione, bensì lo sfruttamento, il raggiro. Sembra allora che il raggiro sarebbe censurabile solo se fosse attuato “lavando i cervelli”, ma poiché i cervelli non vengono lavati (perché il lavaggio del cervello non esiste) beh, allora va bene. E' come il “gioco delle tre carte”: guarda la carta, ora c'è, ora non c'è. Ci dicono “L'abuso è legato alla qualità della persuasione, la qualità non è dissimile dalle altre, l'abuso non c'è”. Stiamo guardando la carta sbagliata. L'abuso non ha nulla a che vedere con la qualità della relazione. L'abuso è nello sfruttamento.

L'approccio degli apologeti dei culti alla manipolazione si rivela così niente affatto quello di colui che non vi crede, bensì quello di chi vi crede ma non vuole censurarla neanche quando questa comportasse lo sfruttamento. Insomma, non miscredenti, ma antiproibizionisti. L’antiproibizionismo è la rispettabile opinione di chi contrasta le limitazioni delle libertà personali operate per via legislativa. E’ chiaro che nocciolo della questione è se una scelta condizionata è ancora libera e fino a che punto. Il problema nasce da una tautologia: una scelta è libera se non è condizionata (cioè, influenzata) ed è condizionata quando non è libera. Libertà e costrizione si definiscono nel negare ogni polo il polo opposto. Manca il criterio positivo di definizione e di questo problema bisogna tener conto.

Di certo gli argomenti portati dai difensori delle sette sono gli  stessi degli antiproibizionisti della droga: 1. la differenziazione fra droghe e non droghe, come quella fra persuasione e manipolazione, è artificiale; 2. Le scelte personali, anche se dannose, vanno sempre rispettate perché libere.

Sono pienamente d’accordo. Infatti mi accusano di una visione eccessivamente “aperta” in termini di “diritti civili”, visto che la mia adesione alla visione antiproibizionista è praticamente a 360 gradi. Ma è proprio in virtù del rispetto della sovranità assoluta dell’individuo che ritengo certe forme di attentato alla volontà la più subdola forma di negazione del diritto alla libera scelta. D’altro canto, ho il vago sospetto che il mio libertarismo ad ampio raggio non sia così ben visto negli ambienti in cui si suole propagandare l’antiproibizionismo esclusivamente nei confronti della manipolazione. E qui che si rivela la più grossa incongruenza nella logica interna dell’aggregato che difende i culti. Infatti, l'antiproibizionismo dovrebbe essere spia di una concezione libertaria alla cui base c'è quella che Max Weber ha definito l' etica della responsabilità2. Per etica della responsabilità il sociologo tedesco intende quel modo di agire di chi giudica le scelte e le azioni, non in base ad un principio che le definisce buone o cattive - che è giudizio morale -, ma in base alle loro conseguenze. Così, chi vuole libero il mercato delle droghe, della prostituzione, della pornografia, eccetera, non giudica la virtù del bene che si vuol liberalizzare, ma valuta in base alle conseguenze delle due opzioni la loro liberalizzazione più conveniente della loro proibizione. Proibire queste cose non ne limita la diffusione ma produce un mercato nero, dice l’antiproibizionista. E’ questa un’etica che è alla base di una società laica, nel senso di non confessionale, aperta, tollerante e libertaria.

Opposta è l’ etica dei principi. Questa fa riferimento a principi assoluti, degli a priori per cui le scelte e le azioni si giudicano buone o cattive a prescindere dalle conseguenze a cui conducono. E’ l' etica religiosa. E’ in base a quest’etica che si possono intendere come cattive azioni quali la legalizzazione del divorzio o dell’aborto, la regolarizzazione delle coppie omosessuali, la liberalizzazione di droghe e pornografia. Non importa quali siano le conseguenze, le cose cattive vanno vietate, dice il proibizionista. Ciò chiarito, sarà interessante dare un’occhiata ai nostri antiproibizionisti dei culti.

Se alcuni critici degli anti sette sono dei genuini laici - magari quei relativisti le cui incongruenze abbiamo rimarcato nel precedente capitolo, ma che sono comunque in buona fede - , una buona quota degli apologeti delle sette appartengono a tutt’altro ambiente culturale. Almeno in Italia, l’ambiente che accusa gli anti sette di essere dei “laici e scettici di professione”3. Insomma, persone che accusano chi critica le sette di essere portatore di quell’etica della responsabilità che è tipica degli antiproibizionisti. Ma non erano loro gli antiproibizionisti? Ma allora loro chi sono? Vediamolo. Il più illustre merita una menzione perché, oltre ad essere a suo modo esemplare, si tratta di uno studioso rinomato internazionalmente: Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur (Centro Studio nuove Religioni). L’avvocato Introvigne, esperto di “Nuovi Movimenti Religiosi”, è sicuramente il più titolato fra gli studiosi critici del movimento “anti sette” e dei negatori del concetto di “manipolazione mentale”. Egli è Reggente Vicario di Alleanza Cattolica, un movimento tradizionalista e “controrivoluzionario” distintosi per la propria ostilità all’aborto e alle pratiche omosessuali nonché per l’appoggio politico offerto in passato a partiti e movimenti che si opponessero alle istanze progressiste4. Opinioni ed azioni lecite, ovviamente, ma che non ci permettono di fare di chi le professa un campione della laicità, del relativismo e del libertarismo5. Insomma, come antiproibizionista Introvigne è improbabile. Eppure tutta la retorica contro gli anti sette di certi meno prestigiosi sociologi della religione di formazione cattolica nasce e si sviluppa all'ombra dell' erudita ambiguità del nostro. Un'ambiguità che è tutta nella impossibile integrazione delle due etiche precedentemente esaminate. Non si può essere a favore di un “diritto civile” e, a dir poco, insensibile a tutti gli altri. Se il motivo per cui si difende quel dato diritto è il valore che si attribuisce alla libertà personale, tutti i modi in cui quella libertà si può estrinsecare saranno egualmente difesi. Se, invece, come Alleanza Cattolica, si nega che l'individuo possa possedere una sua autonomia di scelta, è chiaro che il motivo per cui si difende quell'unico “diritto”, in realtà, nulla ha a che fare con i “diritti”. Altri saranno i motivi che alloggiano nel cuore di questo clericalismo dietro un abito liberal che decisamente non gli veste bene. E', come sempre, un “gioco delle tre carte” in cui si confonde la controparte facendogli vedere una cosa per un'altra e lo si trae in inganno. In altri termini, una..... manipolazione.

Abbiamo quindi a difesa dei gruppi settari una ben strana armata costituita da due entità incommensurabili, da due componenti incompatibili: i libertari relativisti e i cattolici oggettivisti. Etica della responsabilità ed etica dei principi. Ma non è l'unica confusione, non l'unica contraddizione, né l'unico trucco. Riprendendo, infatti, l'argomento della “qualità” della manipolazione, intesa come l'esistenza o meno di specifiche tecniche di induzione, i prestigiatori concettuali creano due illusioni. La prima l'abbiamo già vista prima ed è quella per cui venendo meno questo “lavaggio del cervello” (lo chiamano così, secondo una vecchia prassi giornalistica per mettere in ridicolo il concetto) verrebbe meno anche l'illegittimità di qualunque forma di indotta servitù o generico abuso, come se ad essere illegittimo fosse il mezzo e non il fine. La seconda prova d'illusionismo utilizza l'argomento etico per combattere un tema scientifico. Uno dei motivi per rigettare l'idea della manipolazione mentale, infatti, è quella di metterla sul piano dell'opportunità morale. Se passasse come veritiero il concetto di manipolazione saremmo tutti a rischio di censura – magari anche legale – ogni qualvolta induciamo qualcuno a qualche scelta che la maggioranza trova inappropriata o controproducente per il soggetto. E' un buon argomento. Ma è un argomento morale. In altri termini, ogni volta che si stabilisce una nuova realtà si corrono rischi circa il suo utilizzo improprio. Nell' ex URSS la psichiatria ha molto lavorato a favore del regime sovietico con l'internamento dei dissidenti. Vero. Infatti della psichiatria anche il fronte dei cultisti fa attualmente uso improprio. E' recente la diffusione tramite siti anonimi di false notizie sulla storia psichiatrica del noto anti sette russo Alexander Dvorkin al fine di screditarlo6. E' quindi difficile far finta che il problema dell'uso improprio non esista. Ma questo è un tema etico, un importante, delicato tema etico. Quella dell'esistenza o meno di tecniche suggestive di induzione, invece, è tema scientifico. I fatti sono avalutativi. I dati esistono o non esistono indipendentemente dalle loro ricadute etiche come dalla difficoltà della loro delimitazione e descrizione. Se l'invisibile unicorno rosa non esiste e Auschwitz è un fatto storico non dipende né dal dato che non si possa ben descrivere un unicorno che abbia insieme la qualità di essere invisibile e pure rosa (il principio di indeterminazione di Heisenberg è perfino più assurdo) né dalla moralità della soluzione finale dei nazisti. Ci piaccia o no, definire se Auschwitz ci fu non è argomento da moralisti. E' argomento da storici. Chiaro che possiamo negare l'esistenza delle camere a gas. Si chiama “negazionismo”. Ma la questione si discute portando fatti a confronti con altri fatti. Non lamentazioni moralistiche o valutazioni sulla pericolosità sociale nel definire la veridicità dello sterminio. Similmente, è lecito discutere, come si fa fra studiosi, l'esistenza di tecniche atte a controllare la mente, ma lo si deve fare portando argomentazioni scientifiche, non mettendo avanti valutazioni di opportunità morale. E' un vecchio principio dell'empirismo che, come diceva David Hume, descrizione (fatti) e prescrizione (morale) devono essere rigidamente separati. Il discorso sulla manipolazione, invece, è caratterizzato dalla costante sovrapposizione e confusione di due piani totalmente scollati fra loro. Si utilizza, in base all'utilità contingente, ora uno ora l'altro piano e l'osservatore può lasciarsi confondere. La carta ora c'è, ora non c'è.

 

 

 

1Si veda, ad esempio, il libro collettaneo Credere è un reato? Libertà religiosa nello Stato laico e nella società aperta, a cura di Luigi Berzano, Edizioni Messaggero, Padova 2012 (http://www.crederereato.org/) . Disparati gli autori, fra cui la complottista Perrucchetti.

5Si è insinuato che la conversione alla difesa dei culti di Introvigne, precedentemente feroce anti sette, sia avvenuta intorno al 1985 in concomitanza del riconoscimento della consorella brasiliana di Alleanza cattolica, l'organizzazione di destra “Famiglia, Terra e Proprietà”, come setta dal governo venezuelano e dall'episcopato brasiliano (Orion, cf Sodalitium, n. 46, pp. 69-70, n. 5) http://www.thule-italia.net/esoterismo/CostruiremoCattedrali.html

 

Qui per la lettura del primo capitolo

 

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