Teorie e Tecniche di Arkeon

Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 05/10/2006, 11:16

IL “LAVORO” DEL GRUPPO ARKEON – BREVE ESPOSIZIONE DELLE TEORIE E DELLE TECNICHE UTILIZZATE


Descrivere a grandi linee le teorie su cui si basa e si è basato il “lavoro” fatto all’interno di questo gruppo negli anni può servire a meglio comprendere le dinamiche che si verificano al suo interno, fra i membri del gruppo, e nella relazione con l’esterno, fra i membri del gruppo e il resto del mondo.

Oltre a questo, proprio su dette teorie si è basata, negli anni, la formazione che il leader del gruppo ha fornito ai maestri da lui iniziati per condurre i loro seminari, insieme agli “skill” che dovevano venire acquisiti “dal vivo”, partecipando ed osservando come il leader conduce o conduceva il seminario/intensivo/premaster ecc. Questi “skill” sono, in pratica, le tecniche da utilizzare per condurre un seminario di arkido o di arkeon o residenziali vari, secondo il grado raggiunto dal maestro.
Più di una volta ho sentito il leader dire ai maestri che, per quanto riguarda l’acquisizione degli skill, bastava che frequentassero i suoi seminari per apprenderli guardando quello che faceva lui.
Il leader di questo gruppo ha più volte affermato che il dovere di un maestro è quello di fare i seminari e ha fornito personalmente ai vari maestri le indicazioni su come farli e le basi teoriche su cui si basa questo “lavoro”.
Penso che sia importante tenere ben presente che questi maestri sono stati formati personalmente dal leader e dalle teorie da lui ideate e propagandate nel corso dei “lavori” che ha portato avanti in questi anni e che quindi la responsabilità di quello che è successo nei seminari di alcuni suoi maestri (si vedano le varie testimonianze riportate sui post di questo forum) sia anche sua e che non se la possa facilmente scrollare di dosso buttando fuori dal gruppo questo o quel maestro.

Fino al 2000, i maestri iniziati dal leader venivano chiamati tutti univocamente “maestri di reiki” e solo successivamente, con la creazione dell’associazione denominata “The Sacred Path” sono stati inseriti due livelli di maestria, al primo corrispondono i “maestri di arkido” e al secondo i “maestri di arkeon”.

Di scritto, riguardo a queste teorie, esistono solo, che io sappia, gli appunti presi da alcuni maestri durante le varie riunioni dei maestri, seminari e master training. Nella mia descrizione mi baso quindi su quanto ho appreso e visto durante i vari lavori cui ho partecipato in questi anni.

Vorrei precisare che questo “corpus” teorico non è statico ma dinamico, in quanto si è andato formando e modificando negli anni e io ne posso dare notizia dagli anni Novanta fino a qualche mese fà, da quando ho smesso di frequentare il gruppo arkeon. Da allora non sono più stato ai seminari e non so che cosa vi succeda attualmente.

La mia non vuole essere una descrizione esaustiva di tutte le teorie di questo leader, ma vorrei fornire una serie di linee guida che possano permettere, a chi è interessato a saperne di più, di comprendere meglio ciò che sta alla base delle dinamiche di questo gruppo e delle sue credenze.

Dove io mi fermo come conoscenza e testimonianza per mancanza di ulteriori informazioni, spero che altri vogliano andare avanti e rendere noti, anche a quelli che stanno fuori, gli ulteriori sviluppi del “lavoro” e le aggiunte o modifiche alle teorie e tecniche da me qui di seguito riportate.

In questo modo spero che chi si avvicina per la prima volta al gruppo Arkeon possa farlo da “consumatore informato” onde evitare le “brutte sorprese” che, da quel che ho letto sul forum, alcuni hanno avuto.
Ultima modifica di Tiresia il 09/02/2011, 18:20, modificato 1 volta in totale.
Tiresia
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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 05/10/2006, 13:03

Padre e Madre – teorie iniziali

Quando io ho cominciato a frequentare i seminari, il lavoro si concentrava molto sulle figure genitoriali e sulle emozioni represse (principalmente rabbia, ma anche paura e dolore emotivo) che si provavano nei confronti di queste due figure.
Attraverso l’utilizzazione di varie tecniche, che sarebbe opportuno descrivere in modo più dettagliato in una sezione a parte, le persone venivano portate in uno stato di grande eccitabilità emotiva e a quel punto (solitamente il secondo giorno del seminario di primo livello) venivano formati dei cerchi composti solitamente da 20 a 60 o più partecipanti, in cui le persone, che dovevano tenere gli occhi chiusi durante l’esercizio, venivano invitate dalle parole del maestro a ritornare ai tempi della loro infanzia ed immaginarsi piccoli, fra i 3 e i 6 anni circa, davanti ai propri genitori.
A quel punto il maestro chiedeva di “guardare” chi c’era vicino a loro e come si sentivano davanti a quella persona. Chi vedeva il padre, chi la madre, chi nessuno e, secondo la predisposizione e la storia personale di ognuno, le persone si mettevano a piangere di dolore o urlare di rabbia di fronte a quei genitori che avevano sentiti lontani, da cui si erano sentiti non protetti ecc ecc, secondo la direzione verso cui la voce e le direttive del maestro li portava.
Era senz’altro uno spettacolo impressionante, sia per le persone che vivevano quell’esperienza per la prima volta che per quelle che ripetevano i seminari, vedere tutte quelle persone urlare con rabbia, rosse in viso, invettive contro i propri genitori o piangere disperate con singhiozzi irrefrenabili invocandoli spaventati, e questo spettacolo facilitava senz’altro l’espressione emotiva dei singoli partecipanti.

Io sono convinto che non esistano genitori perfetti, come non esistono figli perfetti, e che ognuno di noi abbia vissuto nell’infanzia episodi frustranti o dolorosi nella relazione con i propri genitori.

Sicuramente, trovarsi in una situazione come quella che ho descritto, e che come me hanno visto e vissuto in tanti durante i seminari, dà alle persone lo stimolo per esprimere emozioni che di solito si tende a reprimere nella vita quotidiana, ma che non sono necessariamente riconducibili al comportamento “cattivo” dei propri genitori durante l’infanzia.
Però il livello di eccitabilità e credulità emotiva dei partecipanti diventa talmente alto, in una situazione del genere, che è molto facile pilotare le loro convinzioni circa l’origine delle forti emozioni che sentono emergere guardando quel tipo di spettacolo (credo che esistano anche diversi studi in campo psicologico su questo argomento e mi piacerebbe conoscere qualche titolo).
Questi “sblocchi” emotivi venivano spesso e volentieri pilotati e indirizzati dal maestro verso la rabbia o il dolore emotivo (secondo quello che lui intuiva fosse più appropriato per la persona e sottolineo la parola “intuiva” perché non ha mai fornito spiegazioni riguardo ai criteri che lo portavano a propendere per un’emozione o per l’altra, se non un vago “collegamento e sintonia con lo spirito” che guidava le sue parole o azioni) attraverso varie tecniche.

Per esempio, quando c’era una persona che presentava uno stato emotivo piuttosto eccitato, il maestro le diceva di chiudere gli occhi (a volte, prima le chiedeva se voleva andare a fondo nell’emozione che stava vivendo, a volte no) e metteva davanti a lei un’altra persona, maschio o femmina secondo i casi, e diceva alla persona con gli occhi chiusi “Hai davanti a te tua madre/tuo padre”. A queste parole, varie erano le reazioni di chi aveva gli occhi chiusi: a volte si metteva a singhiozzare più convulsamente, a volte urlava “No…NO…” a volte si immobilizzava ecc.
A quel punto, il maestro cominciava a parlare nell’orecchio della persona che aveva messo davanti a quella con gli occhi chiusi e le suggeriva di fare o dire cose. A volte capitava che le dicesse di abbracciare forte e senza mollare la presa la persona con gli occhi chiusi sussurrandole all’orecchio le frasi che lui riteneva fossero più adatte a farla “andare profondamente nel suo processo”. Queste frasi erano abbastanza semplici e stereotipate: “Ti ho sempre voluto bene”, “Non ti ho mai amato”, “Scusami per esserti stata/o lontana/o”, “Ho sempre preferito Tizio o Caio a te”, “Scusami per non averti protetto”, per citare quelle che mi vengono in mente adesso.
A volte il maestro evitava che vi fosse un contatto fisico fra le due persone e suggeriva a quella con gli occhi aperti quello che doveva dire o urlare a chi aveva davanti con gli occhi chiusi.

Come si può facilmente intuire, si assisteva a scene molto forti, dal punto di vista emotivo. Le persone con gli occhi chiusi, la maggior parte delle volte urlavano e piangevano e sputavano, ma in alcuni casi si mettevano anche a tirare calci e pugni a chi avevano davanti ed era ammirevole vedere come quasi tutti i poveretti che ricoprivano il ruolo di genitore destinatario di quelle manifestazioni di rabbia fisica sopportavano stoicamente le percosse “per il bene dell’altro”.

Certo, se la violenza fisica minacciava di diventare troppo incontrollabile, un gruppetto di volontari immobilizzavano la persona in preda a quel “processo di rabbia” e le permettevano solo di urlare finchè non si calmava. Spesso, durante questi exploit emotivi, ho visto il maestro premere la mano sulla bocca dello stomaco della persona con gli occhi chiusi per “aiutarla” ad andare più a fondo nell’emozione. Aggiungo, per chi non lo sapesse o non ne avesse avuto personalmente esperienza, che in quei momenti di grande eccitazione emotiva, la bocca dello stomaco si sente pulsare fortissimo e se qualcuno vi esercita sopra una pressione, come minimo viene da urlare. Lo so per certo perché anche a me è capitato di trovarmi in quella situazione, durante seminari o intensivi cui ho partecipato.

Quando, dopo ore, le emozioni dei partecipanti si erano un po’ placate ed eravamo tutti più o meno stravolti dalla stanchezza e spossati da quell’esperienza emotiva intensissima, il maestro cominciava il lungo discorso di spiegazione di quanto era avvenuto, in cui esponeva la sua teoria (chiaramente non presentata come sua teoria ma come dato di fatto) circa le cause che avevano portato le persone a provare e reprimere, nel corso della loro vita, emozioni così intense:

Alla nascita, il bambino è naturalmente giusto e retto, ma deve presto cominciare a confrontarsi con un mondo che tanto giusto e retto non è. Proprio dai genitori arrivano le prime delusioni in quanto è in famiglia che la maggior parte delle persone entra per la prima volta a contatto con:

1) forme di comunicazione non sane: i cosiddetti “doppi messaggi” che hanno come scopo il creare confusione in chi ne è il destinatario e in questo modo renderlo facilmente manipolabile per piegarlo ai propri scopi. Durante i primi anni in cui ho frequentato questo gruppo, i primi esseri a propinare all’innocente creatura questi doppi messaggi erano entrambi i genitori; successivamente, è diventata prerogativa della madre. Verso la fine del 2000, infatti, l’uomo, nel suo ruolo di padre, cominciava a venir presentato come una specie di santo mentre la donna, e in particolare la donna nel suo ruolo di madre, veniva presentata come la summa di tutte le umane perversioni e causa prima del dolore e del fallimento della vita dei figli nonché dei mariti.
Un esempio di doppio messaggio è il cominciare un discorso lodando una persona per qualcosa, continuando poi con una critica alla stessa (tipo: tu sei molto intelligente ma fai delle cose da stupido, oppure: ti voglio tanto bene ma non ti sopporto perché…..).

2) forme di menzogna, inganni e sotterfugi che minano la fiducia del bambino nel genitore quando le scopre. (Non bisogna mai mentire ai figli, e su questo sono d’accordo! Ma credo che sia necessario raccontare loro la verità in modo equilibrato – mio commento).

3) creazione del senso di colpa nel bambino attraverso varie tecniche, che ha come scopo quello di legare a sé i figli impedendo loro di essere liberi. In genere prerogativa della madre, anche se non si escludeva un uso del senso di colpa da parte del padre. Le frasi che venivano indicate come le più frequenti a far sorgere sensi di colpa nei figli erano: “Con tutto quello che ho fatto per te…” “Non vedi come soffre la tua povera mamma/zia/nonna ecc.” “Quando sarò morta allora vedrai/capirai…”, “Se continui così mi farai ammalare” “Se fai così fai piangere la tua povera mamma” ecc. ecc.

4) eredità del dolore della madre: (questo soprattutto per le figlie) la madre che lega a sé i figli attraverso una forma di vittimismo continuo e fornisce loro l’immagine costante di una donna che soffre, il più delle volte a causa del marito/padre del bambino, e in questo modo trasmette una visione distorta della vita e della relazione di coppia che è fatta di dolore e sacrificio. Questa “eredità di dolore” viene trasmessa di madre in figlia, di generazione in generazione. Se una donna non riesce ad essere felice, e non riesce a portarne a coscienza il motivo, sa dove andare a trovare l’origine di questa infelicità e chi ringraziare per questo.

Nei comportamenti dei genitori venivano quindi rintracciate le cause dell’impossibilità delle persone ad essere libere e felici. Per riuscire a raggiungere libertà e felicità bisognava riconoscere queste emozioni represse “attraversandole consapevolmente”, (vale a dire ri-vivendole) e sbarazzarsi delle “eredità perverse” trasmesse in vario modo dai genitori e dalle famiglie di origine in genere. Questo si poteva fare in parte durante i seminari, ma vi era ed è un “lavoro” molto più profondo sulle emozioni che si può fare negli intensivi o, come si chiamano ora, seminari residenziali o walking the path o come diavolo sono stati rinominati (anche qui, cambia il nome ma non la sostanza).

Non bisogna dimenticare, però, che in quegli anni molto spazio ed importanza veniva dato al Reiki, una forma di “energia intelligente” di origine divina che attraverso le iniziazioni praticate nei seminari dal maestro cominciava a fluire liberamente dalle mani degli iniziati. Questa energia non solo, veniva affermato, può guarire il corpo fisico ma, proprio passando attraverso il corpo fisico durante i trattamenti, ha la capacità di guarire il corpo emotivo facendo emergere le emozioni represse che hanno causato la malattia.

Le emozioni represse venivano indicate, allora, come la causa di tutti i mali fisici e psichici. La loro azione, veniva spiegato nei seminari, non si limita alla realtà corporea della persona ma può trasferirsi agli eventi che capitano nella vita. Un’emozione repressa che non trova sfogo nel corpo trasformandosi in malattia, può dare luogo ad eventi incontrollabili che si ripetono nella vita con una certa frequenza (può essere il caso di chi viene di frequente derubato del portafoglio, o che viene spesso tamponato in macchina ecc), oppure attira verso la persona tutta una serie di individui e situazioni che hanno lo scopo di portarla a rendersi conto che sta reprimendo quell’emozione. Per fare un esempio, se uno aveva della rabbia repressa nei confronti di una figura maschile o “aveva un processo” con l’autorità, vi erano buone probabilità che avesse mal di fegato (il fegato è uno degli organi più disponibili ad accogliere la somatizzazione della rabbia, oltre al fatto che si trova nella parte destra del corpo che è legata al maschile/autorità) oppure poteva esser vittima di incidenti d’auto che andavano a danneggiare la parte destra della macchina, oppure poteva continuare ad attirare gente arrabbiata che interagiva con lui in modo antipatico, tale da far scattare la sua rabbia ecc.

Non voglio qui entrare nel merito dell’inconscio e della sua capacità di creare situazioni o malattie perché non è l’argomento del mio intervento. Certo è che le cose venivano presentate in un modo tale per cui uno credeva davvero che, sbloccando le emozioni represse sarebbe riuscito ad avere una forma di controllo sulla sua vita e sugli eventi. Si arrivava a credere che le malattie potessero venire debellate attraverso i trattamenti di reiki (anche se non ho mai sentito dire esplicitamente che una persona non dovesse curarsi attraverso la medicina ufficiale o abbandonare le cure che stava facendo; ho sentito invece dire molte volte che si poteva fare un trattamento di reiki alle medicine e questo avrebbe avuto un’azione sugli effetti collaterali: non ce ne sarebbero stati se la medicina era quella giusta, si sarebbero amplificati se la medicina non fosse stata adatta a quella persona) e il lavoro sulle emozioni e si arrivava anche a credere che, con i trattamenti di secondo livello, si potessero influenzare gli eventi: il trattamento fatto ad una situazione per mezzo dei simboli che venivano “impressi” sulle mani degli studenti durante l’iniziazione di secondo livello, aiutava a far emergere, a livello emotivo o fisico o attraverso altri eventi collegati alla situazione che si stava trattando, le vere motivazioni psicologiche che spingevano o legavano una persona alla situazione “trattata”.

Per fare un esempio, se si era stati lasciati dalla fidanzata/o e si voleva tornare insieme, si poteva fare il trattamento alla relazione con lei/lui e questo avrebbe fatto emergere in modo chiaro i motivi che avevano fatto sì che la relazione non funzionasse, motivi che potevano venire risolti, se questo era “giusto” o amplificati se non lo era (il reiki, veniva affermato, è un’energia “intelligente” che porta le cose a svilupparsi verso una direzione o l’altra seguendo le direttive dell’intelligenza divina, quindi, qualsiasi risultato sortisca il trattamento, esso è sempre valido, anche se non se ne capisce la ragione). Ci si poteva quindi rimettere insieme o si poteva venire addirittura trattati in malo modo dall’ex, se questo è quello che “doveva succedere” per farci capire qualcosa.

Si può ben notare come, partendo da questi presupposti, il maestro può dare sempre e comunque un’interpretazione strumentale della realtà interpretando gli eventi a suo uso e consumo, in quanto viene sempre sottolineato che i risultati del trattamento si sviluppano secondo il volere di una non meglio precisata “intelligenza divina” che, nella sua manifestazione, è ben lungi dal seguire una logica “umana”.
Ecco così che, avendo il maestro sempre pronta una bella interpretazione di quello che succede alle persone, egli diventa interprete indiscusso del “volere divino”, almeno per tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare risposte e spiegazioni facili davanti agli eventi della vita e ai loro moti interiori.


Spesso ci si trovava anche proiettati in un mondo magico dove fare i trattamenti di reiki alle cose aveva i poteri più svariati: si andava dal ricaricare le pile, al trovare parcheggio, al liberare un oggetto regalato dalla vecchia zia perversa e manipolatrice dalla sua infausta influenza e chi più ne ha più ne metta.
Si potrebbe aprire un’intera sezione del sito del Cesap solo per raccogliere tutte le astrusità che sono state propinate dal maestro e dai suoi maestri sugli effetti dei trattamenti di secondo livello in quegli anni. E più il maestro ne raccontava e più gli studenti ne aggiungevano creativamente.
Certo è che più si è portati in uno stato di eccitazione emotiva, più si è disposti a credere alle peggio fregnacce. E se riesco a credere che tracciando il primo simbolo di reiki troverò sicuramente un parcheggio in centro, posso anche credere che i miei genitori e la loro perversione sono la causa prima della mia infelicità e del fallimento della mia vita. Ricorda niente la parola “capro espiatorio”?

Nei seminari, in quegli anni, veniva dedicato ampio spazio ai trattamenti e alla spiegazione di come e dove le emozioni represse potevano andare a creare danni, sia a livello fisico che negli eventi della propria vita. E venivamo tutti vivamente consigliati di farci trattamenti su trattamenti perché “ogni volta che si completa un ciclo di trattamenti (4) si fa automaticamente un salto di qualità a livello di consapevolezza: le emozioni represse emergono alla coscienza, devono venire riconosciute e la situazione originaria che le ha create e fatte reprimere può venire risolta, così non andranno a creare più disagi nel corpo fisico o nella vita.

Per quanto riguarda il lavoro sulla comunicazione, veniva introdotto durante il seminario di secondo livello e utilizzato negli intensivi.

Si lavorava sulla comunicazione per avere relazioni chiare e oneste con gli altri e, a questo fine, si lavorava per comprendere le proprie “risposte automatiche” agli stimoli che venivano dall’esterno. Durante i seminari di secondo livello venivano spiegate le 4 forme base della comunicazione:

risentimento – se si esprimeva rabbia pura perché non si era stati ancora in grado di elaborarla e di capire cosa, effettivamente, l’aveva scatenata (in questa fase, a stimolo corrisponde risposta automatica)

giudizio – se si sentiva ancora rabbia ma si era riusciti ad individuare che cosa, nell’altro sembrava non andasse o infastidiva (in questa fase c’è sempre una risposta automatica ma anche la coscienza, da parte di chi esprime il giudizio, che quello che sta dicendo può essere in certo modo una sua proiezione sull’altro. Non sempre, però. Il giudizio veniva anche usato per dare all’altro dei feedback che lo aiutassero a vedere e portare a coscienza una parte di sé.)

condivisione – se si riconosceva che quello che si muoveva a livello emotivo era qualcosa che ci apparteneva e che l’altro, con il suo comportamento o atteggiamento che ci ricordava il nostro, ci aveva permesso di riconoscere (riconoscimento della propria proiezione sull’altro)

apprezzamento – se c’era una qualità o capacità che si riconosceva nell’altro, a volte si poteva anche condividere che la si sarebbe voluta acquisire.

Durante i seminari di secondo livello la comunicazione doveva avvenire attraverso queste forme. Se qualcuno aveva qualcosa da dire al gruppo si doveva inginocchiare davanti a tutti, all’interno del cerchio, prendere in mano una sfera di pietra e cominciare dicendo il suo nome e “voglio condividere che…”. Se qualcuno aveva qualcosa da dire ad un’altra persona doveva inginocchiarsi davanti a questa, che a sua volta si doveva inginocchiare, e cominciare con (secondo i casi) “io risento/il mio giudizio è/ti voglio condividere che/io apprezzo di te…”

In linea di massima, negli anni Novanta, il lavoro consisteva principalmente nel liberarsi, attraverso lo “sblocco emotivo” delle due emozioni maggiormente represse nell’infanzia: rabbia e paura.

Questo veniva fatto in modo molto violento durante GLI INTENSIVI.

Durante i 5 o 6 giorni dell’intensivo, ben 3 giorni venivano dedicati ad esercizi volti a portare lo studente davanti a queste due emozioni represse. Varie tecniche psicologiche venivano (e probabilmente vengono ancora) utilizzate dal maestro di questo gruppo per creare nelle persone il “clima psicologico” adatto allo sblocco di queste emozioni.
Si comincia col cercare un oggetto che possa rappresentare la propria paura e la propria rabbia e si fanno dei piccoli gruppi, chiamiamoli di “auto-coscienza” in cui, solitamente sotto la guida di uno dei maestri che partecipano a quell’intensivo o di persona di fiducia del grande maestro (che nomina personalmente i conduttori di questi gruppi – e che grande riconoscimento è questo… non ve lo potete immaginare finchè non lo provate!) a turno si dà la propria interpretazione del perché quegli oggetti rappresentino per la persona in questione rabbia e paura. Il lavoro fatto all’interno di questi gruppi comincia a focalizzare le persone su queste due emozioni e prepara il terreno ad un altro lavoro, molto violento a mio parere sia dal punto di vista emotivo che psicologico, che viene svolto nella fase successiva.

Lavoro delle sedie

In questa seconda fase, le persone vengono fatte sedere una di fronte all’altra sulle sedie collocate nel tempio che c’è all’interno dell’ agriturismo “Spagnulo” che si trova ad Ostuni. I partecipanti vengono invitati a sedere sulla sedia che preferiscono e, in silenzio, aspettano che tutti si siano accomodati. Il maestro a volte cambia la collocazione di alcune persone mettendole di fronte alla persona che, secondo lui, ha la capacità di facilitare meglio l’emergere di queste emozioni. Alle persone sono stati precedentemente forniti un quaderno e una penna dove devono annotare le risposte che vengono date da chi hanno davanti.
A questo punto, il maestro comunica la domanda che, a turno, le persone devono urlare a chi hanno davanti e, al suono del gong, il lavoro comincia.
Quando il gong viene percosso, i maestri che partecipano a quell’intensivo (i maestri che partecipano sono sempre abbastanza numerosi e non si siedono sulle sedie, a meno che non chiedano espressamente di farlo o non vengano espressamente invitati dal grande maestro a farlo) cominciano a percuotere con tutta la loro forza degli strumenti che sono stati loro forniti in precedenza: tamburi, maracas, nacchere, tamburelli, bastoncini da battere uno contro l’altro, triangolo ecc. creando un rumore fortissimo.
Le persone, per farsi sentire da quello che hanno davanti, devono urlare a squarciagola la domanda indicata dal grande maestro e non ci si può immaginare le scene a cui si assiste durante questo lavoro. Gente che piange, urla, si agita, butta le sedie a destra e a sinistra, si contorce…. Credo che nessuno di quelli che fanno questo lavoro per la prima volta si sia mai trovato davanti ad una situazione di questo genere. Il frastuono che c’è nella stanza, unito ad una sorta di follia generale di quelli che stanno intorno, alle urla, ai pianti e alle sedie che volano, sicuramente contribuisce a far crollare, in molti, l’autocontrollo e ad abbandonarsi anch’essi a urla e pianti.
Quando il maestro percuote il gong, la domanda indicata deve essere ripetuta/urlata all’altro senza sosta e per ogni domanda si va avanti circa 15 minuti nel frastuono totale.
Le domande che il maestro, di volta in volta, dice di porre all’altro sono, per quanto riguarda il lavoro sulla paura e più o meno in quest’ordine:

“Mia madre mi ha insegnato che la paura è..”
“Mio padre mi ha insegnato che la paura è…”
“Quando ho paura io…”
Per quanto riguarda il lavoro sulla rabbia le domande sono:
“Per me la rabbia è…”
“Mia madre mi ha insegnato che la rabbia è….”
“Mio padre mi ha insegnato che la rabbia è…”
“Quando sono arrabbiato io….”
“Quando mostro la mia rabbia il sentimento profondo che provo è….”

Dopo questo lavoro sulla rabbia e sulla paura, si passa al lavoro sulle emozioni profonde che si celano nelle relazioni con le altre persone, maschi e femmine.
Prima di passare al “lavoro delle sedie”, questa parte viene preceduta dal lavoro chiamato “no limits”, che dovrebbe servire a focalizzare meglio le persone sulle problematiche di relazione.

Dato che, viene detto dal maestro, il modo in cui noi ci relazioniamo con gli altri esseri umani è condizionato dal modo di relazionarsi con gli altri dei nostri genitori, le domande che vengono poste, sempre nelle stesse condizioni, sono:
“Mia madre mi ha insegnato che una donna è….”
“Mio padre mi ha insegnato che una donna è….”
“Per me una donna è…..”
“Mio padre mi ha insegnato che un uomo è….”
“Mia madre mi ha insegnato che un uomo è…”
“Per me un uomo è….”
“Come donna/uomo quello che ho creato nelle mie relazioni con gli uomini/con le donne è….”

Lavoro chiamato “no limits”

Questo lavoro si svolge solitamente all’aperto, tempo permettendo, sul prato di fianco al tempio, altrimenti viene fatto all’interno del tempio. Lo scopo di questa “esperienza” è quello di portare a coscienza le proprie reazioni ed emozioni legate all’incontro fisico con l’altro.
A nessuno viene descritto in anticipo il tipo di lavori che vengono fatti durante l’intensivo e quindi le persone si trovano a doverli affrontare quando ormai sono lì e, per quanto nessuno venga obbligato con la forza a prendere parte ad un lavoro (almeno, io non ho mai visto persone venire obbligate a partecipare con la forza) è anche vero che se una persona si rifiuta, viene sottoposta a pressioni psicologiche di vario tipo affinché vi partecipi. Queste pressioni vengono esercitate sia dal gruppo che dallo stesso maestro e consistono in frasi del tipo: “perdi una grande occasione per andarti a vedere un tuo “nodo” – “proprio perché senti queste resistenze dovresti fare il lavoro perché significa che c’è sotto un “processo” e hai l’opportunità di andartelo a guardare” – “fare questa esperienza è molto importante” ecc.
Bisogna tenere presente, a questo proposito, che durante questi intensivi le persone vengono sottoposte a ritmi ed esperienze destabilizzanti dal punto di vista psicologico. Il gruppo è composto dalle 60 alle 120 persone che, durante i 5 giorni dell’intensivo non si muovono praticamente mai da un luogo circoscritto (l’agriturismo), dormono pochissime ore per notte in camere solitamente sovraffollate e con fastidiosi problemi per quanto riguarda l’utilizzazione dell’acqua calda che, essendo fornita da piccoli e scalcinati scaldabagno non permette di farsi 2 docce consecutive; spesso si assiste al mal funzionamento delle fognature che devono lavorare al disopra delle loro possibilità e non riescono a smaltire i rifiuti organici (tanto che spesso dai gabinetti escono liquidi ed esalazioni maleodoranti che vengono sempre interpretati come la “materializzazione” dei processi dei partecipanti; hanno ritmi completamente sballati rispetto ai soliti anche per quanto riguarda i pasti, spesso di qualità non soddisfacente, (il pranzo viene servito nel pomeriggio e la cena anche a notte fonda) e vengono sempre tenute in uno stato di tensione emotiva attraverso i vari esercizi che vengono proposti.
E’ molto difficile, quindi, riuscire a rifiutarsi di prendere parte ad un lavoro.
Bisogna esercitare una forte volontà ed essere disposti a sopportare la disapprovazione del gruppo e quella del maestro che non è mai esplicita ma arriva in modo velato, cosa non sempre facile per tutti in quelle circostanze.

Durante il “no limits”, le persone vengono invitate a mettersi in cerchio e a chiudere gli occhi. Il maestro spiega che dovranno tenere gli occhi chiusi per tutta la durata dell’esperienza. Il maestro dice che lo spazio in cui si trovano rappresenta il mondo e le persone che vi si incontrano, sempre ad occhi chiusi, sono le persone che si incontrano nella propria vita (o che si sono incontrate in passato).
Al primo suono del gong i partecipanti devono cominciare a camminare in quello spazio. Essendo uno spazio abbastanza ristretto, camminando le persone si urtano l’un l’altra cominciando ad avere fra loro contatti fisici casuali. I maestri che aiutano a condurre l’intensivo tengono gli occhi aperti e non partecipano all’esercizio, ma aiutano a tenere le persone all’interno dello spazio preposto, all’occorrenza indirizzando il loro percorso verso questa o quella persona, spesso seguendo le indicazioni del grande maestro.
Al secondo suono del gong i partecipanti devono fermarsi dove si trovano e con le mani sentire chi è loro vicino e “scegliere” il partner con cui fare l’esperienza. Durante questa fase viene più volte ripetuto e sottolineato dal maestro che “non ci sono limiti” e uno deve sentirsi libero di esplorare il corpo dell’altro come meglio crede. Viene anche detto, in modo scherzoso, che non sono ammessi rapporti sessuali completi, ma che non ci sono limiti all’esplorazione. Si è liberi di fermare le mani del partner, se si vuole.
Questa fase dura circa 5-10 minuti poi, al suono del gong il giro riprende e si ricomincia a camminare cercando il partner successivo. Gli incontri non sono ovviamente solo fra uomini e donne ma anche fra uomini e uomini e fra donne e donne. Quando l’incontro è con un partner dello stesso sesso, si ha la possibilità, viene detto dal maestro, di esplorare la propria omosessualità latente che è sempre originata dalla ricerca del contatto col corpo del genitore dello stesso sesso, contatto che, quando si era piccoli, è stato negato.
Questo camminare/incontrarsi/camminare scandito dal suono del gong va avanti per 3 o 4 volte o comunque fino a quando il maestro ritiene che l’esercizio possa terminare.

Probabilmente la mia descrizione, che ho cercato di fare in modo il più possibile oggettivo, non riesce a trasmettere appieno la capacità che ha questa esperienza di toccare profondamente molti dei partecipanti. Vero è che ho spesso visto e sentito persone urlare e piangere disperatamente durante questa esperienza e credo che dovrebbe essere doveroso, nei confronti delle persone che vi partecipano, essere messe al corrente PRIMA di quello che si fa durante l’esercizio perché per alcuni è un’esperienza molto dura e bisogna essere in grado di scegliere se farla o meno. Altrimenti, si può trasformare in una forma di violenza psicologica che viene fatta passare come “prezioso strumento di evoluzione e comprensione dei propri nodi psicologici”.

Non mi dilungo oltre nella descrizione dei vari esercizi che si fanno durante questi intensivi perché, in questa sede, mi preme di più esporre le teorie su cui si basa il lavoro all’interno del gruppo. Sarebbe però, credo, molto interessante poter avere una descrizione dettagliata di come si svolge il “lavoro”, sia durante gli intensivi che durante i seminari e gli altri residenziali a tema che vengono organizzati dai vari maestri. Spero quindi che vi siano altre persone disposte a fornire ai “consumatori” del prodotto arkeon una descrizione del prodotto stesso, così che essi possano più serenamente valutare se questa esperienza sia adatta alla loro psiche. Spero anche che ciò che descrivo possa aiutare i parenti e gli amici dei partecipanti (che non hanno fatto e che non vogliono fare il “lavoro”) a capire il tipo di esperienza cui sono stati sottoposti i loro cari.

Il fine di questo lavoro era quello (e dovrebbe esserlo ancora) di essere liberi, felici ed appagati nella famiglia e nel lavoro. Almeno, questo è quanto veniva detto.

Nei primi anni, i “nodi” (che significa blocchi psicologici, emozioni represse, qualsiasi tipo di processo psicologico che “non fa scorrere l’energia” e impedisce la realizzazione personale ecc) erano causati esclusivamente dal comportamento non corretto dei genitori che, attraverso l’esempio che davano relativo al modo di relazionarsi alla vita e agli altri, avevano trasmesso i loro problemi (di vita e relazione) ai figli.
Questi figli, per disfarsi delle nefaste influenze psicologiche della famiglia di origine, dovevano sia capire, individuare i modi sbagliati di comportarsi dei loro genitori sia, una volta individuati, riconoscerli in loro stessi e smettere di metterli in atto volgendosi a modi di relazionarsi e comportarsi più “sani”, indicati di volta in volta dal maestro.
Non bisogna fare un grande sforzo immaginativo per capire il motivo per cui, in quegli anni, molti tornavano dai seminari e dai residenziali con un grande risentimento e rabbia nei confronti dei propri genitori: erano loro la causa del fallimento, dei problemi e del dolore della loro vita!

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Emanuela » 05/10/2006, 13:49

Bella descrizione!

Mi fa ricordare i primi tempi dei seminari, quando ho cominciato a frequentarli. Erano anche divertenti, certe volte.

C\'era un esercizio che si chiamava \"inner child\" (bambino interiore) che era una specie di immaginazione guidata che si faceva alla fine dei seminari di primo livello. La gente doveva chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dalla voce del maestro verso i tempi della sua infanzia. Prima si cominciava con il rilassamento e ci si doveva concentrare sul ritmo del respiro che \"va e viene come le onde del mare sulla spiaggia\". Poi si doveva portare davanti agli occhi la propria vita nel presente, la casa in cui si abita, le persone che si incontrano tutti i giorni e poi si andava indietro nel tempo ai tempi dell\'adolescenza (anche qui si \"rivedeva la casa dove si abitava, gli amici di allora, i genitori ecc).
Poi si andava ancora indietro ai tempi del primo giorno di scuola, bisognava pensare a come ci eravamo sentiti, alla paura di essere abbandonati, \"tornerà a prendermi?\" era la domanda che sentivamo suggerire dalla voce del maestro....
Poi si andava ancora più indietro, ai tempi dell\'infanzia. Il letto dove dormo, la tavola su cui mangio, i miei giochi... \"chi c\'è vicino a te?\" sentivi domandare dal maestro.
Anche qui la gente piangeva ad occhi chiusi.
Poi, alla fine, quel bambino usciva dallo schermo (ah sì, le immagini si dovevano vedere come se scorressero su uno schermo nella mente, come una specie di film) ed era lì in carne ed ossa, davanti a te. Lo puoi prendere e abbracciare e dargli quell\'affetto che gli è mancato quando era piccolo, quel bambino sei tu e d\'ora in avanti sei tu che lo puoi coccolare e prendertene cura....
Un esercizio d\'effetto. Ma non originale perchè ci sono anche diversi libri che ne parlano. Penso che Adry se ne ricordi, si faceva ancora nel 1995.

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 07/10/2006, 12:02

La Madre – lato perverso del femminile

Come ho accennato prima, all’inizio non vi era una netta distinzione fra i danni prodotti a livello psicologico dal padre e dalla madre. Con l’andare del tempo, però, si comincia ad assistere, nelle teorie portate avanti dal maestro, ad un’inversione di rotta nei confronti della figura del padre (forse in seguito ad una delle sue profonde intuizioni circa il funzionamento della psiche umana o forse perché nel 1998 era diventato padre anche lui… chissà).
Fatto sta che la funzione di trasmettere “valori perversi” ai figli si era andata sempre più concentrando sulla figura della madre.

Ho accennato poc’anzi, al concetto di omosessualità latente. Su questo concetto si fonda una delle teorie più gettonate e, a quel che ne so, ancora molto in voga all’interno del gruppo. Questa teoria ha molto spesso fornito la spiegazione a tutta una serie di problemi psicologici e relazionali che le persone presentavano e presentano.

Intanto, da dove viene questa omosessualità latente?

Essa si crea nell’infanzia ad opera, indovinate un po’? della madre, naturalmente, che da una parte riversa sul bambino/a la sua carica erotica, e dall’altra si nega al bambino/a creando nella psiche dell’infante sia un forte desiderio del suo corpo che un vuoto lacerante perché questo desiderio viene continuamente disatteso, dato che lei si sottrae.

Perché la madre riversa sul figlio/a la sua carica erotica? Perché non ha un rapporto “sano” col padre di suo figlio e quindi, invece di indirizzare la sua carica erotica verso il marito, la indirizza verso il figlio/a perché da qualche parte, questa carica erotica, ha da andare. Se non viene indirizzata verso il figlio/a è perché la madre, nella sua disperata ricerca del pedofilo (al pedofilo ci arriviamo fra poco) tradisce il padre con uno o più amanti.

Ma perché la madre si comporta così? Perché sua madre, a sua volta, le ha trasmesso questo insegnamento (anche la nonna è perversa!) e la figlia di tale madre, se non fa il “lavoro” e non si libera così dalle “perversioni ereditarie”, trasmetterà la sua perversione ai suoi figli e via e via in una catena infinita.
In quegli anni, e anche in tempi più recenti se si considerano le coppie al difuori di arkeon, sembrava proprio che le coppie “sane” si potessero contare sulle dita di una mano.

Torniamo alla nostra Madre. Se il far sorgere nella figlia questa omosessualità latente fosse l’unica sua manchevolezza, sarebbe una meraviglia.
Il problema è che di danni ne fa tanti altri e a diversi livelli.
Per completare il discorso sull’effetto della carica erotica che la madre riversa sui figli, da una parte, se viene riversata sulle figlie essa fa sorgere l’omosessualità latente, dall’altra parte, se viene riversata sui figli, crea in questi un grandissimo senso di colpa perché fa prendere loro il posto che spetterebbe di diritto al padre, alienandoli così dal padre stesso.
E questo senso di colpa, nelle sue manifestazioni estreme, può anche tradursi, secondo il maestro, nella morte del figlio che “sceglie” a livello inconscio la morte (per mezzo di incidente stradale, per esempio) piuttosto che tradire il padre e sopportare il senso di colpa.

Se il senso di colpa che il figlio sente davanti all’essere oggetto della carica erotica della madre non arriva a questa estrema manifestazione, può avere come effetti:

1) il diventare “l’ometto di mamma” – ossia, allearsi con la madre contro il padre e da lei avere il riconoscimento di sé come uomo (il che è una forma perversa di riconoscimento perché solo il Padre può riconoscere e legittimare suo figlio come uomo attraverso la Sua benedizione) e quindi aderire e diventare strumento, anche lui, del lato perverso del femminile.
E’ il caso di quegli uomini che vivono costantemente un rapporto di competizione con gli altri uomini e non riescono a sentirne la fratellanza, oppure di quegli uomini che non riescono ad avere un rapporto soddisfacente con una compagna perché le relazioni che hanno con una donna sono volte esclusivamente a “portarne la testa” alla madre (il che significa comportarsi in modo crudele con le compagne per confermare alla madre che non la stanno tradendo con un’altra donna, ma che le sono per sempre fedeli) oppure, sempre per questo patto di fedeltà, diventano omosessuali e il messaggio che in tal modo vogliono far arrivare alla madre è che le sono sempre fedeli in quanto non hanno relazioni d’amore con altre donne e che è Lei, sempre e per sempre, la “donna della loro vita”. Questo tipo di omosessuali sono in genere quelli che è difficile che si ravvedano e tornino “sulla retta via” del rapporto eterosessuale, perché il patto con la madre è difficilissimo da sciogliere in queste condizioni. Dirò più avanti del tipo di omosessuali che invece è più facile che si ravvedano.
Il patto di fedeltà alla madre può venire sancito anche dal fatto di accettare di diventare uno “strumento” della madre che può servire a vari usi, il più eclatante dei quali è la sua trasformazione in “Pedofilo”, figura e ruolo del quale tratterò meglio più avanti.

2) il diventare uno “sfigato” perché bloccato nella manifestazione dei suoi talenti da questo grande senso di colpa e cercare in qualche modo delle forme di “espiazione” per il tradimento che sente di aver operato nei confronti del padre, figura peraltro irraggiungibile perché questo senso di colpa crea una frattura apparentemente incolmabile fra padre e figlio. Incolmabile solo apparentemente, perché se si fa il “lavoro” si può superare il senso di colpa e accedere di nuovo al padre che così potrà riconoscere il figlio come uomo concedendogli la sua benedizione e, liberandolo dal dover espiare quel tradimento, gli permetterà di uscire dal ruolo di “sfigato” e tornare nel mondo da vero guerriero perché animato dallo Spirito del Padre dal quale la Madre lo aveva separato. Il “lavoro”, chiaramente, passa per prima cosa dal doversi separare dalla madre che ha lati perversi.

Allora, altro grande peccato commesso dalla Madre è quello di “separare i figli dal Padre”.

Questo avviene in diversi modi, non solo attraverso l’energia erotica mal direzionata.
Uno degli strumenti frequentemente usati dalla madre per operare la separazione consiste nel parlare male reiteratamente del padre davanti ai figli, in sua presenza o alle sue spalle. Il padre che permette alla madre di fare questo in presenza sua e dei figli si può solitamente classificare come appartenente alla classe degli “sfigati” cui si è accennato prima.
Presentare il padre come un fallito, ubriacone, inaffidabile, debole, bugiardo, traditore, stupido (indipendentemente dal fatto che lo sia oggettivamente) ecc ecc, ha come effetto quello di creare nel figlio/a un rifiuto della figura del padre.
Lo stesso effetto si può ottenere presentando ai figli il padre come “orco”, come il cattivo che “quando arriva a casa ci pensa lui a dartele”, come quello a cui non si può parlare perché non capirebbe ecc.

A livello di figura del Padre interiore, l’effetto può essere, nella vita della figlia, o la ricerca di un partner inaffidabile, debole, ubriacone, violento ecc., oppure la sostituzione della figura del Padre (come ideale maschile) con la figura del Pedofilo, solitamente presentato dalla madre come una figura vincente.
La povera figlia è quindi spinta da questa sua figura interiore ad andare a cercare come partner o uno “sfigato”, o un “pedofilo”, condannandosi così a non avere mai una felice e soddisfacente relazione amorosa, perché comunque queste due figure maschili sono legate alla madre, con effetti sì diversi, ma hanno la stessa matrice di dipendenza dalla madre e separazione dal padre che, come abbiamo visto, impedisce ad un uomo di essere veramente Uomo. Non sono Uomini perché continuano ad essere Figli assoggettati al volere della Madre.

Per quanto riguarda il figlio, se non fa il lavoro, può o identificarsi con la figura del Padre Perdente, oppure entrare a far parte della categoria degli “ometti di mamma”.

Un altro modo che la madre utilizza per alienare la figura paterna dai figli è quello di presentarsi come “vittima del padre”. La donna angherizzata che soffre in silenzio, vittima spesso della violenza del partner (violenza, peraltro, che è lei che provoca con i suoi atteggiamenti subdoli che però non vengono percepiti dai figli, se non inconsciamente).

Ad ogni modo, quando la figura del Padre viene danneggiata dalla madre agli occhi dei figli, quello che si crea interiormente è un Vuoto. Avendo creato questo vuoto, la madre lo può riempire, e, viene detto, nel 98% dei casi lo riempie, con la figura del Pedofilo (che può essere maschio o femmina, sia per gli uomini che per le donne).

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 07/10/2006, 14:59

Il Pedofilo – la sua funzione

Il Pedofilo, come funzione principale, ha quella di essere uno strumento nelle mani della madre che lo utilizza per il suo fine, che è poi sempre quello di tenere legati a sé i figli impedendo loro di crescere psicologicamente e diventare adulti liberi, realizzati e felici in una “normale” relazione di coppia.
Sì, perché il terrore ultimo della Madre, avendo anche lei un Vuoto interiore creato a tempo debito dalla sua, è poi quello di rimanere sola, di venire abbandonata! Il Vuoto della Madre è il motore che la fa agire in tale modo perverso (e per fortuna viene detto che, almeno la maggior parte delle volte, essa agisce in modo inconscio, altrimenti sarebbe proprio una sorta di mostro mostruoso, questa madre!).

Il pedofilo che entra nella vita dei figli, il più delle volte è portato dalla madre (che è Colei che “consegna i figli al Pedofilo”) ma può essere portato anche da nonne o zie o sorelle che si prestano a sostituire la madre in questa funzione, sempre d’accordo con lei, però.
Vediamo come agisce questo famoso pedofilo e chi è. Di solito, il pedofilo è un parete stretto della madre, può essere il fratello, il cugino, il padre (nonno del figlio/a), un amico intimo di famiglia. Più raramente il pedofilo appartiene alla famiglia del padre, ma può succedere quando vi siano uomini che hanno “scelto” di essere “ometti” della loro madre, quindi della nonna paterna (prego notare che le donne sono tutte collegate e complici nella loro perversione).
Il pedofilo abusa sessualmente del bambino/a entrando in relazione con lui/lei da uno spazio affettivo, presentando l’abuso come un bel gioco da giocare insieme, in segreto, però, perché nessuno lo deve sapere, altrimenti Lui se ne dovrà andare.
Soprattutto, non sono cose da dire al padre. E qui fa capolino un altro concetto, quello del “patto segreto” che il bambino suggella col pedofilo (e anche con la madre, sia indirettamente che direttamente quando capita, come viene detto, più volte, che il bambino, ad un certo punto, parli di questo abuso alla madre, ma spesso lei mette tutto a tacere e si raccomanda di non dirlo al padre (perché si arrabbierebbe moltissimo, perché non capirebbe ecc.); il bambino/a, naturalmente mantiene il segreto, ma questo va a ledere ulteriormente il rapporto col padre).

Per spiegare la relazione bambino/pedofilo il maestro afferma che in genere, nella fase iniziale, il ruolo del bambino è solo passivo, ma col passare del tempo, dato che lo considera un bel gioco, comincia ad assumere un ruolo attivo, a cercare spontaneamente il pedofilo per “giocare”. A questo punto il pedofilo si “spaventa” e cerca di sottrarsi alla relazione che percepisce gli stia sfuggendo di mano. Il pedofilo, con varie scuse e pretesti, abbandona allora il bambino, che non riesce a capire come mai ha perso il suo “compagno di giochi” segreto e se ne fa una colpa. Si insinua nel bambino il dubbio di avere fatto qualcosa di sbagliato, qualcosa che ha fatto andare via il suo amato pedofilo (sì, viene detto che di solito il pedofilo è una figura amata dal bambino) e nasce così un altro senso di colpa.
A questo punto il bambino ritorna dalla madre (o in modo concreto, raccontando l’esperienza, o in modo psicologico, cercando in lei un rifugio e una consolazione al dolore che prova per l’abbandono subito), ma la madre non lo consola per l’abbandono subìto ma assume un atteggiamento volto ad amplificare il senso di colpa.
Qui la casistica è varia: alcune madri assumono atteggiamenti vissuti dal bambino come “strani” e gli dicono di non parlarne con nessuno, in special modo di non parlarne col padre, altre sdrammatizzano e confidano di aver avuto la stessa esperienza quando erano piccole, altre ancora dicono di non credergli ecc ecc.

Fra le madri che non si sono “fatte il lavoro” pare che vi sia una certa carenza di risposte “sane” se il figlio riferisce di aver subito un abuso sessuale.

A mano a mano che il tempo passa, il bambino rimuove il ricordo della relazione avuta col pedofilo che diventa una figura interiore (così come diventano figure interiori la madre e il padre).
Gli effetti di questa relazione, però, continuano ad essere presenti nella vita dell’adulto in vari modi. Farò qualche esempio (e qui mi baso su casi che ho sentito raccontare e spiegare durante vari seminari):

1) Se una donna ha subito un abuso sessuale nell’infanzia ad opera del pedofilo avrà una parte del suo cuore consacrata a lui e al ricordo (rimosso) del loro meraviglioso rapporto che negli anni va assumendo una valenza quasi mitica, nella psiche inconscia. Ci sarà quindi, in quella donna, la ricerca continua di quella relazione che la spingerà ad incontrare figure maschili di cui si innamorerà perdutamente e che la abbandoneranno invariabilmente, ricalcando il modello della relazione bambina/pedofilo.
La donna che mette in atto questo tipo di ricerca del pedofilo, viene indicata dal maestro come una che ha il “Cappuccetto Rosso process” (processo di cappuccetto rosso) che ho visto ricordato in qualche post. Il maestro spiega che Cappuccetto Rosso viene spinta fra le fauci del lupo/pedofilo dalla madre con la complicità della nonna che a sua volta ha subito un abuso perché nelle fauci del lupo ci finisce anche lei.
Se questa donna sposerà un uomo che le ricorda il Padre Saggio (inconsciamente!), periodicamente lo tradirà con uomini che le ripropongono la relazione col pedofilo. Col pedofilo (o meglio, con l’uomo che richiama a livello inconscio questa figura interiore) di solito non ci si sposa, ma vi possono essere relazioni che durano anni. E’ il caso della donna che acconsente a fare l’amante di un uomo sposato che non lascia mai la moglie per lei e, quando l’amante comincia ad invecchiare, la lascia per dedicarsi interamente alla moglie o per un’altra amante più giovane.
Comunque, viene detto dal maestro, se non si riconosce che si ha avuto una relazione col pedofilo (a meno di non appartenere al quel 2% di persone che non ne sono state vittima nell’infanzia) e non si fa un “lavoro” per ripulire lo spazio da lui occupato a livello inconscio, non si può pensare di poter avere una relazione sana e felice con un/una partner perché la “ricerca del pedofilo” continuerà ad essere attiva a livello inconscio e a creare le situazioni descritte (queste ed altre, il maestro in questo è molto creativo, per descriverle tutte ci si dovrebbe dilungare troppo e le teorie che voglio esporre sono ancora tante… spero ci sia qualche altra persona che ha assistito a tali “spiegazioni” del maestro e che abbia voglia di ampliare quel che io, per motivi di tempo, racconto brevemente). L’amico Lupo del forum l’ha detto, ai seminari c’erano sempre moltissime persone…. Possibile che non ci sia nessuno che si ricorda di quello che succedeva?

2) Poniamo ora il caso di un uomo che abbia subito un abuso sessuale durante l’infanzia ad opera di un pedofilo maschio. A parte il senso di colpa che si crea in seguito alla relazione, nell’adulto, una volta che questa relazione sia stata rimossa dalla coscienza, può rimanere la convinzione di essere omosessuale poiché si è avuta una relazione sessuale con un uomo. Avremo quindi un omosessuale “migliore” rispetto a quello che risulta dal patto con la madre (di cui si è detto prima) in quanto, una volta ricordata la relazione avuta col pedofilo e risolto il “processo col pedofilo” questo individuo può volgersi ad una relazione eterosessuale soddisfacente e “sana”. E’ questo il caso di quegli “omosessuali redenti” la cui storia viene orgogliosamente presentata nei seminari come esempio del risultato miracoloso cui si giunge una volta che si risolva il “processo col pedofilo”.
Questo tipo di abuso, però, non è detto che debba per forza sfociare nell’omosessualità vera e propria che può anche rimanere allo stato latente ed agire, in modo sempre incisivo ma non esplicito, nella relazione con gli altri individui di sesso maschile. Avremo allora persone che da una parte hanno un profondo desiderio di relazionarsi con altri uomini in modo affettivo perché, oltre che alla ricerca del pedofilo vanno alla ricerca del padre che è stato da loro allontanato dalla madre, ma non riescono ad avere con gli uomini una relazione “sana” in quanto sorge in loro una sorta di desiderio di vendetta o rivalsa nei confronti dello di un padre che non li ha saputi proteggere dall’esperienza del pedofilo, che non ha saputo “strapparli dalle grinfie della madre” e che vanno proiettando sugli altri uomini.
Ci sono poi casi di uomini che nell’infanzia hanno subito l’abuso da parte di pedofili donne. Se le donne sono belle, come nel caso della zia del maestro che, lui racconta con affetto, abusò sessualmente di lui quando aveva circa 2 o 3 anni, non ci sono problemi. L’effetto nell’adulto è positivo in quanto la pedofila ha l’effetto di allontanarlo dall’energia erotica della madre, attraverso la sua, e quindi, in certo modo, lo libera da quell’influenza nefasta permettendo al bambino diventato adulto di volgersi senza sensi di colpa verso le belle donne e avere con loro diverse relazioni.
Se la pedofila è brutta, però, l’effetto non è lo stesso. E qui il maestro racconta il caso di uno, mi sembra di Roma che, costretto dalla nonna ad avere rapporti orali (lui li praticava a lei) ha sempre una specie di smorfia di disgusto stampata sul viso che si porta dietro da allora e che da allora non ha mai abbandonato la sua faccia.

Di come in arkeon quasi tutti ricordano di aver subito l’abuso

Era il 1999. Il lavoro sul pedofilo andava di pari passo con quello del riconoscimento della parte perversa della madre e, per le donne, col riconoscere come questa parte perversa della madre era stata da loro ereditata ed era (o era stata) continuamente attiva nella propria vita. Gli uomini dovevano a loro volta staccarsi dalla madre riconoscendo come essa li teneva legati a sé (vedi sopra) per andare consapevolmente verso il padre.
Ora, c’è stato un periodo, nei seminari, in cui se non ci si “ricordava” di essere stati abusati sessualmente non ci si sentiva “a posto”. Tutti bene o male ricordavano di aver subito un abuso sessuale fra gli 0 e i 5 anni, ad opera di un parente stretto o di un amico di famiglia (sempre comunque con la complicità della madre). Chi non riusciva a ricordarlo veniva accusato in modo indiretto di “proteggere lo spazio del pedofilo e quindi lo spazio perverso della madre”, cioè di proteggere il pedofilo e la propria madre, complice del misfatto.
Se vi era qualcuno che ricordava di aver subito abusi sessuali dopo l’età di 5/6 anni e non ne ricordava di precedenti, gli veniva detto dal maestro che l’abuso originario era stato sicuramente rimosso perché gli abusi che uno subisce dopo i 6 anni non sono altro che la ripetizione di un abuso avvenuto prima (il primo abuso si consuma in famiglia, secondo le teorie di questo signore, forse per questo deve avvenire in un’età in cui i bambini hanno ancora poche occasioni di frequentare ambienti diversi dalla famiglia).
A una persona che non ricordava l’abuso, ho sentito il maestro dire di individuare chi, fra i parenti e gli amici che frequentavano la sua famiglia quando era piccolo, fosse il più apprezzato, considerato o amato (soprattutto da sua madre) e vedere se ci fossero eventi che potessero collegarlo all’abuso perché, diceva, di solito il potenziale pedofilo è la persona tenuta più in considerazione dalla madre.
Quando una persona si ricordava l’abuso, veniva indicata come una di quelle che “avevano fatto il primo passo” verso la soluzione dei propri “nodi” e le veniva detto che il passo successivo consisteva nell’andare dai genitori e condividere questa sua bella scoperta e, nel caso vi fosse stata da parte dei genitori una reazione “negativa” quella persona doveva affrontarli con il “coraggio della verità”, come un vero “guerriero centrato nel suo potere personale” ed essere irremovibile circa la veridicità di ciò che aveva ricordato.
A questo punto, il maestro raccontava e portava ad esempio di coraggio e integrità episodi che riguardavano persone del gruppo che in precedenza avevano “ricordato” l’abuso e che erano andate a condividerlo ai propri genitori, i quali non avevano reagito bene davanti a quella condivisione. Veniva molto apprezzato, all’interno del gruppo, e riconosciuto come “prova di integrità personale” il fatto che la persona che aveva “ricordato” l’abuso rimanesse ben salda sulle sue posizioni di fronte ai dubbi o reazioni “negative” dei famigliari. Veniva anche detto che chi, in famiglia, si opponeva con più veemenza alla verità di quel “ricordo”, era con buonissima probabilità la persona complice del pedofilo.

Credo che questo possa aiutare a comprendere il motivo per cui, spesso, le persone si sentivano di dover interrompere i rapporti con la loro famiglia di origine, a meno che i famigliari riconoscessero la veridicità del “ricordo” dell’abuso (e in questo modo avvallassero anche il “lavoro” che il figlio/a aveva fatto in arkeon per arrivare a ricordarlo). Nell’ultimo caso, se il padre e la madre, oltre che a riconoscere la veridicità di quanto “ricordato” si scusavano sciogliendosi in lacrime davanti ai figli, allora venivano indicati dal maestro come genitori “saggi” e presentati al gruppo come esempio di “giusto comportamento”. Mentre la figura del padre rimaneva, in linea di massima, sempre “saggia”, sulla madre vi era la necessità di tenerla sotto osservazione in quanto il suo lato perverso, se appariva “domato” da una parte, poteva sempre saltare fuori da un’altra, così come quello di tutte le donne, del gruppo e non.

La via che gli uomini e le donne devono seguire per essere liberi e felici

Come già accennato, il primo passo verso la “liberazione” era riconoscere, “ricordare” di aver subito un abuso sessuale nell’infanzia e condividerlo ai propri genitori e al pedofilo stesso, se ancora vivo o rintracciabile. Questo, nell’opinione del maestro, poteva liberare da due “nodi” che impediscono ad una persona di essere libera, felice e realizzata:
1) ricordare l’abuso: equivale a portarlo a coscienza e rompere così il segreto e inconscio “patto col pedofilo” che crea in diversi settori della vita gli “incantesimi” o “bolle”, ovvero risposte automatiche che la persona adotta davanti a eventi o persone che, sempre a livello inconscio, gli ricordano il pedofilo e l’abuso e lo spingono ad atteggiamenti di sottomissione quasi obbligati di fronte a questi: è per esempio il caso della madre che, avendo ancora attivo a livello inconscio il “patto col pedofilo” fa finta di non vedere l’abuso che il figlio/a subisce e lo copre col velo dell’omertà.
2) “svelare il segreto” ovvero, attraverso la condivisione, prima davanti al gruppo poi ai propri famigliari dell’abuso subito nell’infanzia, “rompere il patto con il pedofilo e con la madre” (quindi col suo lato perverso), e liberarsi in questo modo anche del senso di colpa generato dall’abuso subito.
3) ripulire il corpo dalle “tracce dell’abuso”: ho sentito il maestro sostenere che il pedofilo lascia una traccia indelebile sulla psiche inconscia e sul corpo fisico della persona attraverso il suo sperma. Lo sperma del pedofilo assume una valenza magica in quanto ha il potere di “legare a sé” la persona. Ecco perché, durante il “lavoro” che si fa nel gruppo molte persone credono di “vomitare sperma”. E’ lo sperma del pedofilo che le teneva legate con l’incantesimo di cui si diceva prima. Ma questo, spesso, non basta a liberare completamente le donne. Il maestro afferma che uno strumento molto utile a sconfiggere l’effetto dello sperma del pedofilo, per le donne, è inghiottire lo sperma del proprio compagno che ha la miracolosa proprietà di aiutare a rompere l’incantesimo attraverso la sua azione taumaturgica. Così ho sentito il maestro più volte consigliare alle coppie di praticare il sesso orale.
Altro consiglio che ho sentito dare più volte in materia di pratiche sessuali da adottare è quello dei rapporti anali. A parte il magnificare il rapporto anale come un rapporto che fa sentire la vera “sottomissione” alla donna, nel senso di abbandono incondizionato al compagno, esso serve anche a capire se una donna (che ha subito dal pedofilo un abuso sessuale anale) ha veramente “rotto il patto” col pedofilo stesso. Infatti, le donne che si rifiutano di avere rapporti anali col proprio compagno è molto probabile che stiano difendendo la parte del loro corpo che hanno “consacrato al pedofilo” e che quindi non si siano realmente “liberate” dalla sua influenza a livello inconscio. Ho sentito anche dire dal maestro, fra le risate generali, che una signora che aveva un polipo (chiamato “polipo guardiano”) all’inizio del retto se lo era fatto venire apposta per impedire al compagno di avere quel tipo di rapporto. Pare una creativa e strumentale applicazione della psicosomatica…. Chissà se i medici avvallerebbero una simile tesi.

Per concludere l’argomento del pedofilo, ho sentito più volte il maestro dire che il “serpente” che spinse Eva a mangiare la mela dell’albero del bene e del male rappresenta simbolicamente il “pedofilo originario” e quindi che il peccato originale altro non è che l’abuso sessuale che i bambini subiscono in tenera età e che li condiziona tutta la vita, a meno che l’adulto non lo ricordi e muova così il suo primo passo verso la “liberazione dai condizionamenti inconsci”. Ecco un’originale interpretazione di un passo delle sacre scritture. Chissà cosa ne pensano i teologi….

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda lorita » 11/10/2006, 9:45

Caro Tiresia,
apprezzo davvero tanto la tua corretta esposizione dei fatti, che aiutano molti a comprendere meglio questo gruppo. Sicuramente sarà oggetto di seria riflessione di tanti.

Grazie

Lorita
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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 11/10/2006, 15:33

[size=4][u]La figura del Padre – sua sacralità e funzione[/u][/size]

Una volta che ci si è liberati dall’influenza del pedofilo e dal lato perverso della madre, tappa obbligata nel percorso di affrancamento da quello che impedisce di accedere in modo costruttivo alla propria energia creativa, alla capacità di creare per sé una vita soddisfacente e prospera sotto tutti i punti di vista, bisogna riconoscere il ruolo sacro del padre perché la liberazione passa attraverso questo riconoscimento.
L’uomo che si è finalmente liberato dai perversi condizionamenti della madre, deve fare un atto di sottomissione nei confronti del padre, riconoscendo la sua grandezza e chiedendogli perdono per averlo mal considerato a causa dell’influenza perversa che la madre aveva avuto su di lui.
Dopo aver chiesto al padre il perdono, bisogna farsi dare la sua benedizione, che equivale ad una sorta di iniziazione attraverso la quale lo Spirito Sacro del Maschile viene trasmesso al figlio che a sua volta potrà trasmetterlo a suo figlio.
Se il proprio padre non è disponibile, o perché defunto o per qualsiasi altro motivo, si può scegliere all’interno del gruppo, durante un seminario o altro lavoro affine, un uomo che ne faccia le veci e ricevere da lui la benedizione. I padri defunti possono mandare la loro benedizione sul figlio dall’aldilà. Il maestro stabilisce chi l’ha ricevuta, stabilendo anche, in questo modo, chi fra gli uomini ha fatto “il passaggio”.
Durante l’intensivo vengono fatti degli esercizi apposta per gli uomini che servono a “portare fuori il guerriero”. Tra questi c’è la lotta sacra. Gli uomini si mettono in cerchio e le donne, a turno, si mettono in ginocchio davanti al proprio compagno, se ne hanno uno, se no davanti a chi le ispira di più come guerriero e gli chiedono se possono essere la sua squaw. Se l’uomo accetta, la donna gli si mette dietro. Un uomo può anche accettare di avere più squaw, una buona occasione per le donne che si devono “dividere” un guerriero per andarsi a guardare tutte le volte che nella vita hanno dovuto dividere un uomo con qualcun’altra. Ci sono anche casi in cui l’uomo non accetta la squaw che a lui si propone. Buona occasione per la donna per andarsi a “guardare” i rifiuti che ha subito nella sua vita.
Quando tutti sono sistemati, la/le squaw dipingono il volto e il corpo del loro guerriero con i “colori di guerra” e danno loro un nome di battaglia (o uno se lo sceglie, questo particolare non lo ricordo bene) e la lotta può avere inizio al suono dei tamburi. A turno, il guerriero che se la sente, va a sfidare un altro guerriero e, dopo aver fatto sentire il loro “urlo di guerra”, lottano in mezzo al cerchio finchè uno dei due vince. Così si prova il proprio valore nella lotta, accompagnati da vari commenti del maestro.
Se un uomo ha fatto veramente “il passaggio”, dopo essersi ricongiunto con lo Spirito attraverso l’iniziazione/benedizione di suo padre, avendo la Sacra Fiamma che arde in lui, può finalmente vivere felice e realizzato.
Se fosse tutto così semplice, sarebbe una meraviglia. In realtà di gente che “ha fatto il passaggio” definitivamente ce n’è ben poca. C’è sempre qualche processo in agguato che impedisce la realizzazione personale. Naturalmente il maestro sa sempre che processo è e con vari “ci lavoriamo” e “non è mai finita” si va avanti a fare lavori su lavori, seminari su seminari. Nessuno di questi gratis o in omaggio.

Per le donne la via è più lunga e laboriosa.

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 12/10/2006, 14:01

[size=4][u]La via della donna[/u][/size]

Le donne, secondo il maestro, hanno una parte perversa molto più coriacea e resistente di quella degli uomini. Le donne che non appartengono al cerchio, così come quelle che non “fanno il lavoro” la agiscono costantemente e in modo automatico.
Le donne, veniva detto e forse viene detto ancora, riescono ad avere tra loro relazioni prevalentemente perverse, dato che agiscono da uno spazio di attrazione lesbica non dichiarata (omosessualità latente), tranne alcune donne che si trovavano a stretto contatto col maestro e che vengono indicate da lui come esempio alle altre.
La funzione più nobile della donna è, nell’opinione del maestro, quella di essere una”terra fertile che deve accogliere il seme del guerriero e farlo riposare nel suo seno”. Per raggiungere questa condizione ottimale, essa deve purificarsi, eliminare i lati perversi che le sono stati trasmessi dalla madre e diventare così una vera Donna, degna compagna del Guerriero.
Cosa deve fare la donna per purificarsi? Il primo passo è riconoscere i suoi lati perversi. Questo avviene pubblicamente, durante quella sorta di “confessioni pubbliche” che sono i momenti di condivisione nei seminari e lavori affini.
Dopo la condivisione, comincia l’azione di pulizia. Una delle prime cose da fare è chiarire la relazione con la propria madre impedendole di continuare a relazionarsi con loro dal lato perverso. Di volta in volta il maestro chiarisce quali sono i comportamenti che non vanno bene. Se la madre presenta troppe resistenze a capire, allora è meglio interrompere i rapporti, in quanto, rimanendo in contatto con persone che agiscono da quello spazio, è molto facile essere “riportate indietro” sui sentieri della perversione.
Chiarita la relazione con la madre, bisogna chiarire quella con le amiche e interrompere i rapporti con eventuali amiche perverse che si avevano prima di cominciare il lavoro se no sono disposte a cambiare.
Le donne devono mantenere sempre all’erta la loro attenzione per capire se, nelle relazioni con le altre donne, si attivano meccanismi riconducibili alla spinta dell’omosessualità latente. Sotto questo profilo, esse trovano un valido aiuto sia nei compagni, che vigilano sulle loro relazioni, alcuni anche in modo molto zelante, che nel maestro, sempre pronto ad offrire il suo contributo per individuare ciò che non va. Forse potrebbe non sembrare, dalla breve descrizione che faccio, ma questo, già di per sé, favorisce il nascere di tensioni piuttosto forti nei confronti delle altre donne, anche di quelle del gruppo. Ad alimentare la tensione contribuiscono tutta una serie di pressioni volte ad uniformare il comportamento delle donne all’idea che il maestro ha di “donna che ha fatto il passaggio”. Di questo Passaggio parlerò in modo più esteso tra breve.
Mi ricordo che alcuni anni fa venne introdotto uno strano rituale cui venivano sottoposte le donne più resistenti a spogliarsi dei loro lati perversi. Lo chiamerò [u]“rituale dello scatolone degli orrori”[/u].
Negli anni, il maestro aveva raccolto vari oggetti che alcune donne avevano portato ai seminari e che rappresentavano per loro gli agganci ai lati perversi delle loro madri. La maggior parte di quegli oggetti erano stati donati loro dalle proprie madri. Lo scatolone conteneva di tutto: da completini sexy, a bambolotti dal volto inquietante, a biberon dalla forma fallica e altre amenità del genere. Durante il seminario vi era il momento della consegna dello scatolone degli orrori. Solennemente, la donna che lo aveva tenuto (di solito per un mesetto durante il quale doveva mettersi i completini sexy davanti allo specchio e tenere in mano i vari oggetti, meglio che ci dormisse anche in mezzo, veniva detto dal maestro, per meglio entrare nella dimensione perversa che essi rappresentavano) lo consegnava ad un’altra donna che “aveva bisogno di starci dentro” per “aiutarla” in questo modo a capire e abbandonare i suoi lati perversi. Era uno spettacolo che stringeva il cuore osservare come quella che lo consegnava stava impettita e quasi pietrificata nell’espressione e quella che riceveva non sapeva come fare a trattenere le lacrime. Perché ricevere lo scatolone era come essere additata come la donna più perversa del gruppo, quella che stava attaccata alla sua “perversione” con le unghie e coi denti. Non era una bella figura da fare nel gruppo e non lo era neppure per il suo eventuale compagno che, velatamente, veniva considerato uno che non riusciva a tenere la mogie sulla retta via. Chi doveva consegnare lo scatolone, prima di consegnarlo si consultava col maestro su chi fosse più opportuno che lo ricevesse e lui era sempre pronto a dare l’indicazione giusta circa la destinataria.
Attualmente, questo rituale non è più in uso nei seminari del grande maestro, non so se lo è ancora nei seminari degli altri maestri.

La figura del compagno è determinante per l’evoluzione di una donna. Infatti, quelli/e che nel gruppo non sono accoppiati/e non possono trovarsi completamente a loro agio in un gruppo che presenta la famiglia come valore massimo e primo traguardo cui aspirare. E fin qui niente di male.
Il problema è che è molto difficile riuscire ad avere una famiglia o una relazione con una persona al difuori del gruppo, con una persona che “non si fa il lavoro”. O la famiglia è tutta arkeoniana, o i bastoni fra le ruote sono tanti. Mi sembra che anche su questo forum vi siano diverse testimonianze al riguardo.
Quasi superfluo dire che il maestro si prodiga per trovare a tutti una sistemazione, indicando questa o quell’altro come potenziali compagni/e a chi non ne ha, spesso interferendo anche in modo incisivo nelle relazioni fra le persone. Se qualcuno si domandasse a che scopo, suggerirei di considerare quanto sia difficile riuscire a non cambiare sotto la spinta di condizionamenti che non vengono solo dai seminari ma anche dal proprio partner, nella vita di tutti i giorni. Per non soccombere sotto tali pressioni psicologiche, o si cambia, o si molla. E se molli non c’è problema. Nel gruppo spesso c’è chi farà felicemente le tue veci come “uomo” o “donna della vita” al fianco della tua ex compagna/o.

Tornando al discorso della donna, dicevo che la relazione col compagno è determinante per capire se una si è liberata o no dai perversi condizionamenti della madre. Di pari passo col pulire le relazioni con le donne, bisogna pulire la relazione col compagno da tutte le eventuali perversioni. Per far questo, viene richiesta la totale sottomissione della donna all’uomo. Ma più che sottomissione bisogna parlare di “obbedienza” perché, dice il maestro, se una è sottomessa non vi è vero affidamento in quanto nella sottomissione c’è una parte di rabbia, mentre nell’obbedienza c’è l’affidamento totale (stesso discorso dell’affidamento al maestro).
E qui tocchiamo un punto spinoso per le signore. Per anni questa obbedienza ha significato stare zitte, non ribattere anche se il compagno diceva delle cavolate. Se il compagno aveva ancora un processo per cui “non riusciva ad uscire nel modo” da vincente, come un vero guerriero degno di questo appellativo doveva fare, la donna doveva tirarsi indietro per favorirne l’espressione nel mondo. Per molte donne questo ha significato lasciare il lavoro (non andava bene che una donna guadagnasse più del suo compagno, se questo succedeva con buona probabilità era responsabilità della donna che gli impediva di prendere il posto che gli competeva a capo della famiglia). Ma se questo poteva non avere serie ripercussioni sul menage famigliare dei benestanti e/o ricchi, certamente lo aveva sulle famiglie di chi, per arrivare alla fine del mese, doveva contare su 2 stipendi. E mi piacerebbe sapere come la pensa chi, per seguire queste splendide teorie, ha visto il suo tenore di vita abbassarsi drasticamente.
In seguito, dato che se non ci sono soldi per vivere non ce ne sono neppure per fare i seminari, anche le donne hanno potuto ricominciare a lavorare senza per questo sentirsi in difetto. Nel frattempo, però, molte hanno visto le loro belle carriere rovinate da queste credenze. Contenti loro….

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda Tiresia » 13/10/2006, 11:33

L’ideale di donna e compagna che veniva magnificato nei seminari, era quello di “terra fertile che accoglie il guerriero che ritorna dal mondo e custodisce il suo seme”, una donna sempre contenta e disponibile, sempre al massimo della bellezza e della sensualità…. Un ideale che, ad essere sincero, non ho mai visto completamente incarnato in qualcuna, anche se le signore ci provavano in tutti i modi a rispecchiarlo. Molte volte ho invece visto molta tristezza negli sguardi di tante donne, anche se, a sentir loro, andava tutto una meraviglia.


Strumenti psicologici di controllo delle persone


Voglio parlare adesso di quelli che considero strumenti di pressione psicologica sulle persone che ho visto applicati negli anni dal maestro in varie forme.

Il “fare il passaggio”.
Grande creazione di stress viene fatta ripetendo a una persona che “non ha fatto il passaggio” , questo misterioso “passaggio” che viene riconosciuto come fatto solo dal maestro. Le persone che vengono definite dal maestro come quelle che “hanno fatto il passaggio”, vivono all’interno del gruppo il loro momento di gloria. E’ una sorta di riconoscimento che si è lavorato bene e cambia il modo di relazionarsi con le altre persone.
Ho spesso avuto modo di notare come gli uomini e le donne cui era stato dato questo riconoscimento assumessero un atteggiamento un po’ arrogante nei confronti degli altri, come se fossero persone realizzate, in qualche modo superiori alle altre che stavano “ancora in processo”. E anche in questo gruppo, come purtroppo in molti gruppi di qualsiasi genere, si crea una sorta di capannello di eletti che ruotano intorno al maestro, si siedono vicino a lui sulle sedie ai seminari, lottano per accaparrarsi i posti più vicini al maestro a tavola e tanti simili episodi che, secondo me, denotano una piccolezza di fondo.
Tornando al nostro “passaggio”, esso non è mai definitivo perché in qualsiasi momento il maestro può dire che uno lo ha fatto solo apparentemente o che è “tornato indietro” quindi togliere il riconoscimento a quella persona, così torna ad essere una persona “in processo”.
All’interno del gruppo, chi non viene riconosciuto come uno che ha fatto il passaggio viene isolato.

Sull\'isolamento all\'interno del gruppo bisogna ricordare che vi incide molto il concetto, più volte ricordato dal maestro, delle energie simili che si attirano, che viene anch’esso usato in modo strumentale, per cui, all’interno del gruppo, devi sempre stare attento alla persona con cui ti relazioni (addirittura alla persona con cui parli o a cui ti siedi vicino) perché se essa è riconosciuta dal maestro come “in processo” o \"sfigato\", automaticamente è in processo o sfigato anche chi si relaziona con questa persona.

Ma perché vengono create queste tristi situazioni, all’interno del gruppo? Forse perché servono all’evoluzione personale? Magari il maestro è anche abile a farlo credere, secondo me però il motivo è un altro, più semplice e più triste: se fai sentire qualcuno sbagliato, è molto più facile manipolarlo. Se porti qualcuno a credere che in un solo ambito, quello di Arkeon – chiamalo così o con qualsiasi altro nome – tu puoi trovare amore, comprensione e fratellanza perché il mondo là fuori è tutto cattivo e perverso, ecco che ti basta la velata minaccia di buttarti fuori per controllarti e condurti su strade che non percorreresti altrimenti.

Oltre a questo, vi è una forte creazione di stress dovuta al fatto che è difficile capire cosa si debba fare o come si debba essere per “fare il passaggio”, quindi viene generato uno stato di confusione e paura nella persona che teme, se non ha fatto il passaggio e non sa come farlo, di poter essere buttata fuori dal gruppo e perdere così l’unico punto di riferimento affettivo che le è rimasto, dato che intorno le è stata fatta terra bruciata (ricordiamo che molti lasciano famiglia e amici perché perversi).
Questo condizionamento è tanto più forte quanto più la/il propria/o partner è coinvolto e, invece, riconosciuto all’interno del gruppo. Perché se non sei come il gruppo vuole, rischi di perdere la tua compagna!
Quando, per vari motivi, questa pressione psicologica non è sufficiente a “far fare il passaggio” al compagno/a, allora si viene incoraggiati a minacciare di lasciarlo/a. Di solito, a questo punto, molti capitolano. Perché a volte è meglio inghiottire che vedere il proprio matrimonio rovinato. E quanti ne ho visti, ai seminari, togliersi la fede e restituirla al compagno/a. O buttarla nel “sacro fuoco dell’intensivo” offrendo a Dio! la propria ritrovata libertà….

La “trasgressione creativa”.

Questa “meraviglia” l’ho vista applicare solo a donne che non avevano intenzione di “piegarsi”.
Se la moglie oppone troppa resistenza al “passaggio”, salta fuori la mitica “trasgressione creativa”, agita o solo minacciata, che è una delle più brutte e cattive violenze psicologiche che si possano fare ad una persona: bisogna assistere al tradimento del proprio partner che rivolge le sue attenzioni a una del gruppo che “ha fatto il passaggio” o comunque è “più affidata” stando zitte e accogliendo quella “punizione” perché non si è fatto il passaggio. Allora, o diventi come vuole il maestro e di conseguenza come vuole il gruppo pilotato dal maestro, o vieni lasciata da tuo marito per un’altra donna più docile e “allineata”. E con quale soddisfazione ho sentito il maestro raccontare come queste donne abbandonate passavano le loro giornate a piangere o urlare la loro impotente rabbia al telefono, con lui che non perdeva occasione di girare il coltello nella piaga. Credo che qui si possa ben parlare di sadismo allo stato puro, che viene mascherato da strumento di evoluzione.
Questa situazione porta molto spesso una persona a dover sottostare ad umiliazioni e a prostituirsi, in senso psicologico, per non perdere la persona amata e che spesso è rimasta l’unico riferimento affettivo che ha nella vita. Ho anche sentito dire, da chi l’ha vissuto, che questo spesso porta anche a meditare il suicidio.

Col nome di “trasgressione creativa” vengono definite anche altre “pratiche” che ho sentito il maestro consigliare alle persone di mettere in atto per trasformare o risolvere varie situazioni. Si andava dal consigliare a comunisti convinti di votare il buon Silvio, al mangiare cose che si avevano in odio, e chi più ne ha più ne metta. La teoria che sta alla base di queste “trasgressioni creative” è che facendo qualcosa che non si sarebbe mai fatto o voluto fare, si va a rompere uno “schema mentale” della persona che le impedisce di fare scelte diverse. Un po’ astrusa la scusa, mi sembra, ma questa è una mia opinione.

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Re:Teorie e Tecniche di Arkeon

Messaggioda lella » 13/10/2006, 11:51

Complimenti e grazie per questo prezioso contributo, Tiresia.
Le teorie che descrivi sono state per me una triste pratica subita, e le riconosco.
Per quel che concerne la trasgressione creativa, ricordo perfettamente il \"maestro\" che esortava mio marito a raccontarmi il tradimento con l\'illuminata, senza risparmiarmi i più piccoli dettagli. Non ho voluto ascoltare, non ho voluto piegarmi: sono fuggita e lui è rimasto dentro.
Forse tenersi la donna che gli hanno affibbiato, piuttosto ignorante e niente affatto illuminata, è già infinitamente più pesante di qualsiasi vendetta io avessi potuto immaginare.
Per il maestro, invece, non ci sarà mai pena abbastanza dura, se comparata alla mia sofferenza.
Ho fiducia nella Magistratura, che sono certa non resterà insensibile al dolore di tanti.

P.S. Un partecipante ad un seminario mi ha raccontato il rito del \"taglio delle palle\" con le \"sacre forbici\" ad una donna denudata davanti a tutti, che doveva per l\'appunto piegarsi. Ne parlerò meglio in un altro intervento, ma magari se qualcuno ne sa di più per testimonianza diretta mi piacerebbe sentire la sua versione.
lella
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