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Neocatecumenali, troppe note in condatta dai Vescovi

Da Adista N&grad;59 del 4 settembre 2004

NEO-CATECUMENALI: TROPPE NOTE IN CONDOTTA FIRMATE DAI VESCOVI

ROMA-ADISTA. Il Cammino neocatecumeanale ha ricevuto nel giugno 2002 l'approvazione del Pontificio Consiglio per i Laici, che lo ha riconosciuto come "itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni" e ha dato il via libera ad experimentum per 5 anni, al loro nuovo (e primo) Statuto (v. Adista nn. 53 e 55/02). Nonostante ciò, negli ultimi 20 anni, sono state moltissime, in Italia, le prese di posizione dei vescovi diocesani tese ad arginare, o almeno a regolamentare, la diffusione del Cammino nelle loro diocesi e nelle parrocchie (pronunciamenti contro il cammino ci sono stati anche all'estero, v. Adista n. 9/02). Le ragioni di tanta diffidenza da parte dell'episcopato sono varie: un certo fanatismo diffuso all'interno del movimento, il proselitismo spregiudicato attuato nelle parrocchie, la costituzione di comunità autoreferenziali, la celebrazione separata dell'eucarestia il sabato, il pagamento obbligatorio di una "decima" al movimento richiesto ai membri della comunità. Poi ci sono gli errori dottrinali di cui da sempre vengono accusati i seguaci di Kiko: l'accento posto sulla presenza spirituale di Gesù nell'eucarestia piuttosto che sulla sua presenza reale nell'ostia consacrata (la transustanziazione, cioè la trasformazione sostanziale del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù); la confessione comunitaria e pubblica dei peccati, piuttosto che la confessione resa al sacerdote. Così, negli anni, il Cammino è "inciampato" nelle critiche di molti vescovi. Le ultime, in ordine di tempo, sono quelle del vescovo di Brescia, mons. Giulio Sanguineti. Già il predecessore di Sanguineti, mons. Bruno Foresti nel 1987 (v. Adista 58/87), si era nettamente esposto sulla questione neocatecumenale, arrivando addirittura a vietare che venissero fatti annunci di nuove catechesi nella sua diocesi. Sanguineti, poiché ormai il Cammino ha ottenuto l'approvazione pontificia, non poteva ovviamente spingersi a tanto. Ma il 25 dicembre 2003 ha scritto una severa lettera ai fedeli e ai parroci che aderiscono al Cammino neocatecumenale. In essa raccomanda ai sacerdoti seguaci di Kiko di "continuare ad esercitare la cura pastorale di tutti i parrocchiani senza distinzione di appartenenze ed esperienze" e di "esercitare una particolare attenzione sul rispetto della coscienza e del foro interno nel passaggio degli 'scrutini'". Chiede poi che i neocatecumenali "partecipino all'eucaristia domenicale" parrocchiale e che le messe celebrate il sabato dai neocatecumenali siano aperte a tutti. E, soprattutto, "bisogna evitare che l'eucaristia celebrata nella comunità neocatecumenale venga percepita come la 'vera' eucaristia rispetto a quella celebrata per tutti i fedeli". Il pericolo avvertito da Sanguineti che i neocatecumenali si strutturino come comunità autonome, se non addirittura alternative alla parrocchia è stato avvertito anche da altri vescovi italiani. A Trieste, mons. Lorenzo Bellomi, nel 1989 decise di emanare alcune direttive per uniformare la catechesi di ciascuna parrocchia, compresa quella dei neocatecumenali, ad uno stesso progetto pastorale. A Torino, il card. Giovanni Saldarini nel 1995 emanò addirittura un decreto che vietava al movimento di continuare a celebrare messe "a porte chiuse". Lo stesso anno, a Firenze, il card. Silvano Piovanelli inviò una lettera a tutti i sacerdoti della diocesi per metterli in guardia dall'eccessiva tendenza egemonica e settaria del Movimento nelle parrocchie. A Palermo, il 22/2/96, come ultimo atto prima del suo ritiro, il card. Pappalardo promulgò un testo (Cammino neocatecumenale - diocesi e parrocchia), che vietava ai seguaci di Kiko di continuare a dir messe di gruppo a porte chiuse, e anche di celebrare la veglia pasquale isolati dal resto dei fedeli. Sempre nel '96, mons. Pietro Nonis, vescovo di Vicenza, inviò una lettera ai parroci della sua diocesi, chiedendo loro di "inserire il Cammino nella programmazione parrocchiale", di fare in modo che la presenza neocatecumenale fosse una delle possibili offerte, subordinando l'avvio di nuove catechesi "alla informazione ed approvazione del vescovo". Inoltre, Nonis vietava ai neocatecumenali di celebrare messe riservate. Anche l'arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, in una intervista concessa al settimanale cattolico inglese The Tablet il 29/10/99 (v. Adista n. 81/99), affermò di non condividere che i neocatecumenali conducessero una vita liturgica separata da quella della comunità parrocchiale: va bene qualche eccezione liturgica, ma, aggiungeva, "quello che non accetto è che debbano avere una liturgia speciale per anni ed anni". Poi a dicembre 2001, l'arcivescovo di Catania, mons. Luigi Bommarito, scrive ai neocatecumenali (e, per conoscenza, a tutti i preti della diocesi) una durissima lettera che condanna molti aspetti del Movimento (v. Adista n. 10/02). Sull'Espresso", Sandro Magister (9/7/00) racconta che fu proprio questo documento a rallentare ulteriormente i tempi dell'approvazione definitiva da parte del Vaticano del movimento di Kiko. Infine, ci sono le prese di posizioni delle Conferenze episcopali regionali, come la Nota pastorale ai presbiteri dei vescovi pugliesi (1/12/96), o la Nota della Commissione Liturgica Regionale della Basilicata sulla celebrazione del Triduo Pasquale, del 1998, o anche, prima ancora, il pronunciamento della Conferenza episcopale umbra, nella Nota pastorale sulle comunità neocatecumenali (2/3/86).

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