| La Verità |
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I vari casi di abuso sessuale sui minori
I vari casi di abuso sessuale su minori, di maltrattamento e di abbandono insieme ad un numero sempre più crescente di vittime del mercato sessuale e degli organi, se non addirittura vittime stesse del sottobosco satanista, sembrano contrastare con quanto, fin dall’inizio del 900, è stato sostenuto e perseguito, a livello di dichiarazioni e carte costituzionali, sul diritto/dovere da parte del bambino ad essere vero protagonista della propria vita, quale ”giocosa preparazione” alla maturità.
La problematica dell’abuso su minori è ancora oggi al centro dell’attenzione di psicologi, avvocati, operatori sociali, esperti periti in relazione alla natura stessa della testimonianza-denuncia dell’evento. Come è noto nell’uomo la testimonianza può assumere carattere di erroneità per ragioni da un lato puramente intellettuali, mnestiche e attentive dall’altro per motivi affettivi o emotivi; nel caso specifico di un bambino, il valore della testimonianza è ancora più complesso poiché prima di giungere al periodo della razionalizzazione della visione del mondo, esiste in lui una sorta di confusione tra ciò che è interno e ciò che è esterno insieme ad un periodo di animismo e di artificiosità. Gli studi psicoanalitici hanno evidenziato quanto sia ricca la sua vita fantasmatica e come a volte realtà e finzione si confondino tra loro. Tuttavia è anche vero che accanto al bambino che si accusa (forma questa relativamente rara), esiste la forma più frequente del bambino che accusa o che conferma le accuse degli adulti: di qui la necessità di tenerne conto allorquando si tratta di violenze di tipo fisico (brutalità) e/o sessuale ( M. Schachter). Detto in altri termini il problema della testimonianza del minore rispetto ad un evento-denuncia, abbraccia un campo d’indagine ancora oggi poco esplorato specialmente quando l’abuso, la violenza psicologica avviene in un contesto sociale caratterizzato da una ideologia di fondo sacralizzata, come nel caso delle sette e dei movimenti religiosi, in cui sembrano coesistere da un lato situazioni di indottrinamento coercitivo da parte di una setta, dall’altro l’individuo- vittima e, nei casi più aberranti anche bambini costretti a partecipare ad ogni genere di ritualità cerimoniale.
Ebbene, il seguente lavoro non si pone l’obbiettivo di processare l’ideologia religiosa propria di una comunità, ma si colloca, umilmente, come punto d’avvio per successive riflessioni sulle modalità di conduzione dei colloqui investigativi sulla base delle conoscenze relative al funzionamento della capacità mnestica.
Alla luce delle ovvie difficoltà proprie della testimonianza di un minore, in relazione all’evento traumatico vissuto o semplicemente assistito, è opportuno chiedersi quanto di “fondato” vi sia nei resoconti dei bambini, laddove per infondato non solo ci si riferisce a false denunce ma anche a denunce in relazione alle quali le investigazioni compiute non hanno acquisito gli elementi sufficienti per un’azione penale.
Le basi fisiologiche della memoria
Comunemente definiamo con il termine “memoria” quella capacità intellettuale che ci permette di ricordare consciamente eventi del passato, anche i più remoti, conservando le informazioni nel tempo. Ma quali eventi in particolare sono richiamati alla memoria e, in particolare, quali sono i meccanismi che ci permettono di rievocare eventi del passato? Concezione erronea, infatti è quella di considerare la mente quale strumento in grado di fotografare la realtà per poi immagazzinare le informazioni senza ulteriori modifiche; che ciascuno sia in grado sempre e comunque di richiamare alla mente qualsiasi evento ed in modo cosciente, seppur in taluni casi con una certa difficoltà. In realtà il funzionamento della capacità mnestica è molto più complesso, poiché entrano in gioco una vasta gamma di fattori sia interni che esterni all’organismo, che vanno al di là della semplice registrazione fenomenica dell’evento. Come giustamente S. Freud ha affermato: “non esistono memorie allo stato puro; non esistono apprendimenti che non abbiano punti di riferimento emotivi. Il nostro ricordare è strettamente legato alle emozioni che rappresentano punti essenziali per la memoria. Nel corso della veglia noi fissiamo la nostra attenzione su situazioni, oggetti, sensazioni che hanno una valenza emotiva, anche se non sempre evidente, ed è proprio questa carica emotiva a caratterizzare un ricordo e a farlo rivivere.” ([1])
Come è noto durante il corso della nostra vita apprendiamo una vasta gamma di nozioni e conoscenze accanto a ricordi che appartengono alla vita personale; eventi questi che vengono prontamente immagazzinati in memoria e rievocati al momento del loro utilizzo ma, che per loro natura, fanno capo a diversi tipi di memorie.
Si parla infatti di memoria dichiarativa l’insieme di memorie relative a fatti ed eventi in quanto tali, come una data storica o la posizione geografica di una nazione ed è quel tipo di memoria cui ricorriamo quotidianamente accanto ad un altro tipo di memoria che investe le abilità, i comportamenti e le emozioni. Impariamo a suonare la chitarra, ad allacciarci le scarpe, a ballare il tango dopo un adeguato allenamento grazie alla nostra memoria procedurale, così come ricordiamo l’emozione vissuta nel giorno della propria laurea o del primo bacio.
Gli studi sulla memoria hanno altresì evidenziato, in relazione ai processi di codifica dello stimolo, immagazzinamento e rievocazione della stesso, l’esistenza di una memoria sensoriale, in grado di ritenere lo stimolo per un periodo molto breve (per circa due secondi). Tra le informazioni provenienti dagli organi di senso, si stima che circa il 75% vengono scartate dalla memoria sensoriale mentre solo l’1% del rimanente 25% viene immagazzinato nella memoria a breve termine, a sua volta distinguibile in uditiva (verbale e no verbale) e visiva (spaziale e non spaziale), in grado di ritenere l’informazione per circa 30 secondi per poi immagazzinarla nella memoria a lungo termine. Quest’ultima in relazione alla tipologia dello stimolo si suddivide in semantica, relativa alla rievocazione di saperi e conoscenze generali, episodica propria della vita personale del soggetto; procedurale, relativa all’acquisizione di abilità, conoscenze implicite che si apprendono automaticamente o in parallelo con altri processi come nel caso delle abilità percettive, psico-motorie e cognitive; infine memoria emozionale ovvero quel tipo di memoria preposta al ricordo di eventi emotivamente piacevoli o spiacevoli.
Particolarmente interessante ai nostri fini è la memoria emozionale, data la stessa difficoltà di rievocazione di eventi caratterizzati da forti emozioni negative.
Come è noto esperienze che non sono accompagnate da un particolare coinvolgimento emotivo, generalmente vengono dimenticate perché registrate come non importanti, al contrario di quegli eventi ad elevato contenuto emotivo, poiché catalogati come significativi. Sembra sulla base delle scoperte nel campo delle scienze neurobiologiche, che a livello cerebrale il sistema limbico sia il diretto responsabile di tale processo.
Dal punto di vista fisiologico con il termine sistema limbico intendiamo alcune regioni telencefaliche e diencefaliche, la cui funzione è rappresentata dal coordinamento delle afferente sensoriali con le reazioni corporee e le necessità viscerali ( J.W. Papez; J. Nerv 1958) nonché la struttura anatomica in cui nascono le emozioni ([2]).
Denominato da Broca” il grande lobo limbico”, comprende i giri cingolo, subcalloso e paraippocampali (ivi compreso il subiculum) e la formazione ippocampale, comprendente il giro dentato e l’ippocampo. Ricordiamo inoltre facente parte del S.L. l’amigdala, il setto, parti dei gangli basali, e parte del diencefalo ovvero ipotalamo, epitalamo e talamo interiore.
I primi studi anatomici ritenevano che il sistema libico fosse coinvolto nel processo olfattivo, dato che riceve proiezioni dal bulbo olfattivo; successivamente Papez avanzò l’ipotesi che certe parti del sistema libico fossero coinvolte nelle emozioni e nei comportamenti emotivi. ([3]) Ipotesi questa confermata dagli esperimenti di Klver e Bucy, per cui lesioni estese del lobo temporale, che coinvolgono molti elementi del circuito di Papez, producono gravi deficit emotivi caratterizzati dalla completa eliminazione del comportamento aggressivo. A tal proposito esplicativo è il caso studiato da R. Adolphs e colleghi,dell’University of Iowa: una donna di 30 anni, portatrice di una distruzione bilaterale dell’amigdala, susseguita al morbo di Urbach-Wiethe. Seppur perfettamente capace d’identificare le persone vedendone le fotografie, presentava chiare difficoltà nel riconoscere determinate emozioni espresse sul viso della gente ritratta in fotografia, in modo particolare per quelle espressioni di rabbia e/o paura.
Un maggiore approfondimento della teoria di Papez deriva dagli studi di Yakolev e MacLean i quali evidenziarono che lesioni bilaterali di porzioni dei lobi temporali, compreso l’ippocampo (e probabilmente anche l’amigdala) producono gravi deficit nell’attività mnestica. La più drammatica dimostrazione del deterioramento della memoria, a seguito di un danno ippocampal, è data da un lavoro compiuto su un paziente, H. M., sofferente di una grave forma di epilessia. Nel tentativo di curarla, il paziente subì una ablazione bilaterale dell’ippocampo, dell’amigdala e del tessuto circostante del lobo temporale, riportando in seguito all’evento chirurgico un’amnesia globale degli eventi avvenuti approssimativamente tre anni prima l’intervento (conservando, tuttavia, una buona memoria degli eventi più remoti della sua vita), insieme a gravi deficit permanenti nell’apprendimento e nella memoria. Gli effetti della lobotomia temporale, e in questo caso dell’amnesia del paziente, suggeriscono che una o più strutture del lobo temporale siano fondamentali per la formazione della memoria dichiarativa; in modo particolare l’ippocampo elabora come l’amigdala, le informazioni sensoriali complesse ma contrariamente a quest’ultima non è principalmente implicato nell’attribuzione di significato emotivo agli stimoli, ma coinvolto nei sopraccitati processi e nella generazione dell’epilessia.
Quindi gli stimoli vengono prima registrati come ricordi sensoriali”, che vengono ritenuti per circa mezzo secondo; tale memoria tampone contiene le attivazioni iniziali del sistema percettivo. Della massa d’informazioni generate da questi processi sensoriali, solo alcune vengono selezionate dalla memoria di lavoro, che in assenza di ripassi successivi le mantiene al massimo per trenta secondi (Goldman-Rakic, 1992). Se invece i circuiti implicati vengono riattivati,le informazioni corrispondenti possono essere ritenute per un periodo di tempo relativamente lungo oppure consolidate nella memoria a lungo termine ([4]).
In ogni caso nei processi di memoria esplicita a lungo termine, l’ippocampo sembra svolgere un ruolo fondamentale sia a livello di registrazione delle informazioni, il c.d. processo di consolidamento corticale (Milnner et al., 1998; Schacter, 1996), sia in relazione al loro recupero.
Quando rievochiamo memorie di natura semantica o episodica, siamo perfettamente consapevoli del ricordo che stiamo evocando, avvertiamo una sensazione precisa, un senso soggettivo del ricordo che manca totalmente alla memoria implicita. Generalmente la riattivazione di ricordi espliciti è determinata da fattori ambientali sia interni che esterni; a volte il richiamo di memorie dichiarative è facilitato dalla compresenza sia di elementi esterni, come un certo ambiente, un certo suono, un odore, ecc sia di elementi interni relativi ad un certo stato d’animo, mentale o emotivo che erano presenti anche al momento della registrazione originaria. Situazione questa determinata dall’azione dell’ippocampo, in grado di costruire una sorta di mappa cognitiva dell’esperienze, contestualizzandole.
Vi sono tuttavia situazioni di vita in cui è possibile avere ricordi di specifici avvenimenti senza essere consapevoli degli stimoli che gli hanno evocati; a livello personale tale processo è inizialmente caratterizzato dalla comparsa di memorie, sensazioni non verbali o impulsi comportamentali che vengono successivamente associati elementi dichiarativi.
Come abbiamo detto precedentemente la maggior parte delle elaborazioni cerebrali non avviene a livello cosciente; le abitudini, le capacità, le preferenze individuali e gli stessi stati emotivi non sono controllate dalla coscienza, ma governano il nostro comportamento e contribuiscono alla definizione della nostra personalità (Mishkin e Appenzeller 1987; LeDoux 1998; Squire e Kandel 2002a,b). Eventi particolarmente coinvolgenti dal punto di vista emotivo, catalogati come importanti mediante l’attivazione determinate strutture limbiche quali l’amigdala e la corteccia orbito frontale, hanno una buona probabilità di essere ricordati. “Si pensa che l’amigdala sia coinvolta nei processi di elaborazione emozionale dell’evento, e che la collegano ad altri sistemi mnemonici inizialmente associati all’ippocampo, ma poi mediati da tutta una serie di altri circuiti…(Robert Post et al., 1998)
L'amigdala o complesso amigdaloideo dei Mammiferi,cruciale per l'apprendimento emotivo, si trova nell'estremità del lobo temporale ed è costituito da due gruppi di nuclei: la divisione corticale o corticomediale, che è una continuazione ventrale del pallio laterale (paleopallio) e la divisione basale o basolaterale che è di origine subpalliale. Il gruppo corticale o corticomediale comprende cinque nuclei e, fra questi, il nucleo centrale che svolge un ruolo fondamentale nell'accumulo delle informazioni derivate dall'esperienza quotidiana, mentre il nucleo mediale amigdaloideo viene considerato cruciale nella mediazione dei comportamenti sessuali. Il gruppo basale o basolaterale comprende il nucleo laterale, il nucleo basale e il nucleo basale accessorio. La stimolazione della parte più rostrale delle complesso amigdaloideo evoca riposte di paura e di fuga mentre la stimolazione della parte caudale evoca risposte di difesa e di aggressione.
Attraverso infatti la socializzazione o l’esperienza dolorosa l’individuo impara ad evitare certi comportamenti per il timore di essere feriti, tanto è vero che se si è vissuta un esperienza dolorosa probabilmente non la si ripeterà più. I ricordi associati alla paura possono formarsi rapidamente e persistere a lungo. Benché si ritenga che l’amigdala non sia il centro d’immagazzinamento dei ricordi, indubbiamente essa è coinvolta nell’arricchimento dei suoi contenuti emotivi. Numerosi esperimenti suggeriscono che i suoi neuroni possano imparare a rispondere agli stimoli associati al dolore determinandone l’apprendimento e la successiva reazione di fuga[5], mentre sue lesioni eliminerebbero risposte viscerali apprese o una totale mancanza di emotività.( J. Le Doux, 1994) Esplicativa è l'esperienza (negativa) del ratto sottoposto al test di "condizionamento alla paura" In una prima fase il ratto, messo in una gabbia a fondo metallico, viene addestrato a udire un suono (stimolo condizionato): questo stimolo ha poco effetto sulla pressione sanguigna, sul battito cardiaco e su i movimenti dell'animale. Nella seconda fase, il ratto sente prima il solito suono e dopo un «preciso intervallo di tempo», riceve una debole scarica elettrica ai piedi (stimolo incondizionato o sensibilizzante): dopo varie ripetizioni, cresce la pressione sanguigna, aumenta il battito cardiaco e il ratto si immobilizza a lungo, come se fosse spaventato, nell'udire il suono. Nella terza fase, il ratto sente solo il suono e questo stimolo scatena ora le stesse alterazioni comportamentali e fisiologiche dell'animale.
Sulla base di dati derivati da esperimenti sul ratto e sul coniglio, appare che il nucleo laterale amigdaloideo riceva segnali sia direttamente dalla via mesencefalo-talamo:sensitivo-amigdala, sia dalla via mesencefalo-talamo:sensitivo-neocorteccia-amigdala. Le vie afferenti al nucleo laterale (dell'amigdala), che provengono dal talamo sensoriale, forniscono solo una percezione rudimentale (informazioni primitive) dell'evento esterno, pertanto più brevi e veloci. Invece le vie afferenti al nucleo laterale provenienti dalla corteccia sono più lunghe ma offrono rappresentazioni più dettagliate e permettono di "riconoscere" un oggetto con la vista e con l'udito. Il risparmio di tempo potrebbe essere il motivo dell'esistenza di due vie una corticale e una subcorticale. Sia gli animali che l'uomo hanno bisogno di un meccanismo di reazione rapido anche se approssimativo di fronte ad un evento pericoloso. La via talamo-amigdaloidea può essere particolarmente utile per le situazioni che richiedono una risposta immediata. Il meccanismo di reazione rapida prevede che nell'amigdala abbiano inizio le reazioni emotive (aumento del ritmo respiratorio, della pressione arteriosa e del battito cardiaco, urla di paura o fuga) ancor prima di riconoscere perfettamente a che cosa si stia reagendo (memoria implicita o non dichiarativa). In seguito il coordinamento informazioni (sonore, visive tattili etc) a livello cerebrale permette la verifica dell'esistenza dell'evento pericoloso (memoria esplicita o dichiarativa) per reagire o per far cessare la risposta di paura che si era velocemente instaurata (LeDoux 1994; 1998).
Alla luce di tali considerazioni si desume come il sistema libico svolga un ruolo cruciale nella ricezione/elaborazione di stimoli emotivi, in condizioni esistenziali normali. Ma cosa accade quando l’individuo è costretto a fronteggiare un evento traumatico?
Le basi biologiche dei disturbi d’ansia. Lo stress il trauma
Normalmente, quando qualcuno è sereno, in una condizione di non stimolazione, l'eccitazione dei neuroni nel locus coeruleus è minima. Un nuovo stimolo, una volta percepito, si trasmette dalla corteccia sensoriale del cervello, attraverso il talamo, al tronco cerebrale. L' itinerario di segnalazione aumenta il tasso di attività noradrenergica nel locus coeruleus e la persona diventa attenta e ipervigilante sull' ambiente. Se lo stimolo è percepito come minaccia, uno scarica più intensa e prolungata del locus coeruleus attiva il contingente simpatico del sistema nervoso autonomo (Thase &Howland, 1995) L' attivazione del sistema nervoso simpatico conduce al rilascio di norepinefrina dai terminali nervosi che si convogliano sul cuore, sui vasi sanguigni, sui centri respiratori e su altri luoghi. I conseguenti cambiamenti fisiologici costituiscono una parte importante della risposta acuta allo stressor. L' altro principale elemento in gioco nella risposta acuta allo stressor, è l' asse ipotalamico-pituitario-adrenale,di cui parleremo tra breve.
Come abbiamo visto la paura rappresenta una risposta adattiva alle situazioni minacciose, resa manifesta da una risposta d’attaco - fuga, mediata dalla divisione simpatica del sistema nervoso autonomo. Molte paure sono innate e specie-specifiche (ad esempio un topo non deve imparare ad avere paura del gatto), mentre altre sono apprese. Tuttavia seppur il valore adattivo sia ovvio, vi sono delle espressioni non appropriate della paura tra le quali il disturbo d’ansia è il più comune disturbo psichiatrico.
È stata stabilita una predisposizione generica per molti disturbi d’ansia, sebbene non sia stato identificato un gene specifico. Altri disturbi d’ansia sembrano avere origine negli eventi stressanti della vita e la paura, normalmente evocata da uno stimolo minaccioso si manifesta in una risposta da stress, per cui una persona sana è in grado di far fronte allo stress mediante l’apprendimento della risposta da stress. Ciò che caratterizzae il disturbo ansioso è una risposta inadeguata da stress sia quando lo stimolo non è presente, sia quando non è immediatamente minaccioso.
Ovviamente esperienze particolarmente stressanti determinano effetti negativi sul normale processo mnemonico; questi effetti sembrano essere mediati dai processi neuroendocrini , attraverso cui il nostro organismo reagisce allo stress per mezzo dell’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisario-adrenocorticale, preposto alla liberazione transitoria di noradrenalina e ad una risposta più lunga mediata da glucocorticoidi. In modo particolare il sistema ipotalamo-ipofisi-surrenale regola la secrezione del cortisolo da parte della ghiandola surrenale in risposta allo stress a seguito dell’aumento dei livelli dell’ormone adrenocoricotropico (ACTH). Nel sangue, che a sua volta è rilasciato dall’ipofisi anteriore in relazione all’ormone rilasciante corticotropina (CRH).
Questa componente della risposta trova la sua causa nell’attivazione dei neuroni dell’ipotalamo contenenti CRH. Attraverso risonanza magnetica funzionale (fRMI) è stato possibile individuare l’attivazione di un determinato gruppo di neuroni, detto nucleo basale della stria terminale, proprio dell’amigdala, quale la causa dell’attivazione dell’asse ipotalamo – ipofisi – surrenale e la stessa risposta da stress; per cui una non appropriata attivazione dell’amigdala potrebbe determinare l’insorgere dei disturbi d’ansia. Inoltre l’asse è a sua volta regolato dall’ippocampo, la cui attivazione sopprime il rilascio di CRH. L’ippocampo infatti contiene numerosi ricettori glucocorticoidei, che rispondono al rilascio di cortisolo dalle ghiandole surrenali in risposta all’attivazione dell’asse inibendo il rilascio di CRH e il successivo rilascio di ACTH e di cortisolo, nel momento in cui il suo livello in circolo nel sangue diviene troppo elevato. Detto in termini più semplici nelle situazioni stressanti la stimolazione ippocampale determinerebbe una diminuizione nella secrezione degli steroidi surrenali.
È stato rilevato, tuttavia che uno stress troppo forte può determinare un blocco totale delle sue funzioni; infatti l’esposizione continua al cortisolo, come avviene nei periodi di stress acuti, provocherebbe negli animali da laboratorio, lo stesso deperimento delle dimensioni dell’ippocampo attraverso lo stabilirsi di un circolo vizioso nel quale la risposta da stress, divenendo più pronunciata, determinerebbe un maggiore rilascio di cortisolo e quindi un danno ippocampale ancor più grave.[6] Negli esseri umani l’esposizione agli orrori della guerra, gli abusi sessuali e altri tipi di violenza estrema possono determinare disturbi post-traumatici da stress con sintomi di fatto d’ansietà, disturbi della memoria, pensieri intrusivi. Studi con tecniche di visualizzazione hanno mostrato forti cambiamenti nel cervello delle vittime con consistente diminuizione del volume dell’ippocampo (Bremner , Nrayan, 1998). Inoltre è stato oltremodo constatato persone che vivono questo genere di trauma, possono concentrare la loro attenzione su aspetti “non traumatici” dell’ambiente che li circonda o su aspetti della loro immaginazione allo scopo, inconscio, di fuggire almeno parzialmente dalla situazione. In ogni caso alcuni elementi dell’esperienza vengono registrati nella memoria implicita, non dando ovviamente luogo a memorie esplicite. Inoltre considerando la forte quantità di glucocorticoidi indotta dallo stress è possibile che si verifichi uan vera e propria dissociazione tra memoria implicita e memoria esplicita, tra evento dichiarativo e evento emozionale. Di qui la considerazione secondo cui, pur non avendo memoria esplicita di un evento è possibile che questi si manifesti, con tutta la sua valenza emotiva come ricordo implicito e, quindi mediante atteggiamenti comportamentali quali impulsi alla fuga, reazioni emozionali, sensazioni e immagini legate al trauma. Soggetti che presentano questo genere di sintomatologia hanno maggiori possibilità di sviluppare il c.d. disturbo post traumatico da stress. Inoltre sulla base di queste conoscenze è stato altresì ipotizzato che un trauma psicologico, compromettente l’attività della memoria esplicita abbia conseguenze negative anche sulla capacità dell’individuo di consolidare il ricordo dell’esperienza in questione. La mancata possibilità di parlare con altri dell’evento, così come accade nei casi di abuso sessuale infantile all’interno delle famiglie, la stessa dissociazione determinano un blocco nel processo de consolidamento del ricordo associato all’evento entro la memoria permanente; nel contempo l’individuo continua ad evocare le immagini implicite r4iferenti gli orrori vissuti. Di qui l’ipotesi circa il ruolo “terapeutico” dei sogni, avanza da Hobson nel riorganizzare i ricordi e nel rafforzare le relazioni fra emozioni e memorie: in questo caso gli incubi che si manifestano durante il sonno potrebbero rappresentare uno sforzo significativo da parte del cervello di elaborare tali memorie bloccate e superare il trauma stesso.
Concludendo,alla luce di tali considerazioni, si può comprendere come il processo di registrazione di un evento sia particolarmente complesso ed elaborato, nel quale secondo una visione globale d’interconnessionismo vediamo coinvolte una serie di aree cerebrali, ciascuna preposta all’elaborazione di uno specifico tipo di memoria contemporaneamente, però, suscettibile dell’influenza delle altre regioni mentali.
È stato anche affrontata la problematica relativa alla formazione della natura del ricordo a seguito di un evento traumatico, ponendo l’accento sulla reale esistenza dell’evento nonostante la chiara difficoltà, da parte del soggetto che lo ha vissuto, nel comunicarlo sia per ovvi motivi di vergogna o di timori, come nei casi di violenze fisiche o sessuali sia per la stessa incapacità, data la natura stessa del ricordo emozionale, di esprimere verbalmente una situazione traumatica.
Come dobbiamo porci, dunque di fronte a determinate denunce di abusi rituali…?
Semplici confabulazioni, fantasie indotte nella mente dei bambini che loro malgrado si ritrovano a testimoniare in un’aula di tribunale, un abuso subito nel corso di pratiche cerimoniali? Queste le domande su cui riflettere….
Dr.ssa Simona Campanella
Bibliografia.
Patton et al., Trattato di fisiologia- neurofisiologia, Vol. I., Ed. Italiana a cura di Mauro Mancia, Casa Editric., Ambrosiano, milano, 1995
Mark F. Bear, Neuroscienze: esplorando il cervello, Seconda Edizione, Masson, Milano, 2003
G. Invernizzi, Manuale di psichiatria e psicologia clinica, M.c. Graw – Hill Italia srl, Milano, 1996
M. Camestrari A. Godino, Trattato di psicologia, Clueb, Bologna, 1997
Daniel J. Sieghel, La mente relazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001
A. e A. Oliviero, Nei labirinti della mente, Sagittari Laterza , Roma-Bari, 1989
A. Baddeley, La memoria: come funziona e come usarla, Roma; Bari: Laterza, 1984
A. Baddeley, La memoria: teoria e pratica, Il mulino, Bologna, 1992
Paul D. Maclean, Evoluzione del cervello e comportamento umano, Einaudi Editore, Torino, 1984
http://www.psicoterapia-palermo.it
[1] A. e A. Oliviero “Nei labirinti della mente” Sagittari Laterza, Bari, 1989, p. 36
[2] J. F. Fulton, Frontal Lobotomy and affective behaviour: a neurolbysiological analysis, Norton Pubbl., New York,
[3] Nel circuito di Papez l’attività proveniente dalla corteccia è trasmessa mediante l’ippocampo all’ipotalamo, responsabile dell’elaborazione del comportamento emotivo (ad esempio come la sudorazione, la dilatazione delle pupille ecc), attraverso le connessioni autonomiche. Mediante i corpi mammillari , una sottoregione dell’ipotalamo la stessa attività viene trasmessa al giro del cingolo per mazzo del talamo anteriore per produrre le sensazioni associate con l’emozione. Le connessioni intracorticali a loro volta rimandano l’attività all’ippocampo e l’esperienza emotiva viene mantenuta attraversi la riverberazione dell’attività nel circuito.
Patton et al., Trattato di fisiologia - neurofisiologia. Vol. I, Ed. Italiana a cura di Mauro Mancia, Casa Edit. Ambrosiano, Milano, 1995 p. 704
[4] Daniel J.Siegel, La mente relazionale Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello cortina Editore, Milano, 2001 p.36
[5] In un esperimento di Bruce Kapp e dei suoi colleghi dell’University of Vermount , un certi numero di conigli furono addestrati ad associare una certa tonalità di suono con un lieve dolore, avvalendosi del fatto che nei conigli il cambiamento del battito cardiaco è un naturale indizio di paura. Un animale venne messo in gabbia e in vari momenti gli venne fatto sentire un tono neutrale ed uno associato al dolore; ovviamente dopo l’addestrameno si riscontrò un aumento del battito cardiaco in relazione allo stimolo condizionato insieme all’attivazione dei neuroni del nucleo centrale dell’amigdala.
[6] A tal proposito Bruce Mc Ewen insieme ai suoi colleghi della Rockefeller University , e Robert Sapolsky e colleghi presso la Stanford University hanno studiato tale problematica sul cervello del ratto, notando che iniezioni giornaliere di corticosterone (il cortisolo dei ratti) per numerose settimane provocherebbero un avvizzimento dei dentriti che contraevano sinapsi su molti neuroni dotati di recettori per il corticosterone; dopo poche settimane queste cellule cominciarono a morire. Risultati simili furono riscontrati anche in quelle situazioni in cui i ratti furono sottoposti a stress giornaliero. Gli studi di Sapolsky su babbuini del Kenya confermarono tale ipotesi.
Mark F. Bear et al., Neuroscienze:esplorando il cervello. Seconda Edizione, Massoni, Milano, 2003
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Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Dicembre 2005 21:53)

















