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MAGHI, INDOVINI E GUARITORI...: TRA CREDULONERIA E INGANNO SCIENTISTA

Un salto qualitativo... Prima della regolamentazione della nostra professione era possibile leggere annunci pubblicitari fantasiosi, in cui venivano magnificate le proprie doti di mago, indovino, guaritore e... psicanalista. Ora fortunatamente ciò a livello legale non è più possibile e questo certamente per noi psicanalisti e psicoterapeuti costituisce un notevole salto qualitativo, che eleva la nostra autostima... Ma, al di là di questa soddisfazione, resta pur sempre la spiacevole constatazione che nell'immaginario collettivo la nostra pratica è ancora in qualche modo legata al mondo dell'occulto. Pertanto, così come è stato importante indicare alcune connessioni e differenze tra la psicologia e la spiritualità, può ora essere il caso di indagare la specificità della nostra esperienza rispetto al mondo variegato dei fenomeni "psicostrani". Tra l'altro, la diffusione sempre più ampia e in strati sociali sempre più insospettabili dell'interesse per questi fenomeni può e forse deve costituire per noi uno stimolo a indagarli, mantenendo contemporaneamente curiosità intellettuale e capacità critica.

Due estremismi. Nei confronti dell'occulto, del paranormale, degli stati alterati di coscienza e dei fenomeni mistici (a volte semplicisticamente accomunati) vi sono solitamente due posizioni contrapposte, ma simili nella loro unilateralità. Da un lato, vi è chi si dichiara completamente scettico e assume una posizione positivista e razionalista che è stata certamente utile nella storia del pensiero occidentale per uscire da molte ombre medioevali, ma che ora sta mostrando tutti i propri limiti e anzi rischia di restringere le prospettive di una seria e ampia ricerca. Molti "razionalisti" contemporanei ricordano gli aristotelici che non vollero guardare nel cannocchiale di Galileo, in quanto presuppongono che le proprie teorie acquisite già di per sé neghino la validità o anche solo l'interesse di nuovi fenomeni e di nuovi metodi per indagarli. Questi studiosi, spesso molto preparati e riconosciuti a livello internazionale, sono bloccati da una forma mentale che impedisce loro anche solo di incuriosirsi verso ciò che non è collocabile nel proprio campo di interesse. 
Sul versante opposto, invece, vi è chi è disposto a credere assolutamente a tutto quanto esuli dal mondo fenomenico evidente: reincarnazione, esperienze di prossimità alla morte, levitazione, estasi, apparizioni, Madonne che piangono, statue che sanguinano, piegamento di cucchiai, tantra, terapie alternative, guarigioni miracolose, ciarlatani filippini, santoni orientali, messe nere, diavoli e angeli, psicofonia, medianità, morti che parlano, veggenza, telepatia, dono dell'ubiquità... Il bisogno di credere, in questi casi, porta al completo annullamento di ogni capacità critica: è come se, intuito confusamente che la realtà fenomenica coglibile dai nostri cinque sensi non è l'unica, l'individuo venisse invaso da un'inflazione psichica che lo porta ad accettare ogni eventualità. Anzi, più questa è assurda, più ciò sarebbe la prova della sua veridicità... 
Tra questi due estremi, si trova chi vorrebbe semplicemente capire, evitando lo scetticismo prevenuto e la creduloneria ottusa, ma così facendo viene emarginato da entrambi i gruppi, troppo preoccupati di mantenere le proprie convinzioni per iniziare un reale scambio di dati, opinioni e ipotesi. 
Inviti imbarazzanti. Quando il mio relativo interesse per stati non usuali di coscienza è divenuto pubblico, ho iniziato a ricevere una serie di inviti a convegni e incontri che a volte si sono rivelati leggermente imbarazzanti, in quanto si supponeva che, essendo io convinto di alcuni limiti del riduzionismo freudiano, automaticamente dovessi accettare ogni credenza oggi diffusa nel sottobosco dell'occulto. Fortunatamente, questi inviti spesso provenivano da persone squisite sul piano umano e quindi non era particolarmente difficile per me non rinunciare alla capacità critica, senza per questo evitare uno scambio personale arricchente. Questi incontri, tra l'altro, mi hanno insegnato ancor di più come non sia tanto la verità a rendere sereni, quanto l'integrazione di una credenza nel mondo dei propri desideri: ho ad esempio incontrato persone provate da esperienze di vita solitamente devastanti, che grazie a movimenti e ricercatori che propongono "contatti" con il regno dei morti sono riuscite a riorganizzare la propria vita interiore e sociale in un modo che certamente non sarebbe stato possibile con una semplice psicoterapia. In questi casi, non mi sono assolutamente sentito di mettere in crisi le loro convinzioni: che diritto ho ad esempio io di dire a una madre che tra i gracchii di una radio sintonizzata sulle onde corte sente messaggi affettuosi del figlio morto che forse questo fenomeno può essere spiegato proprio con il suo forte e comprensibile desiderio di non troncare il rapporto d'amore? Che diritto ho mai io di colpire le convinzioni che hanno salvato un altro essere umano dalla depressione più cupa, se non dal suicidio? Che cosa avrei da offrire in alternativa a queste persone, per rendere la loro vita vivibile? 
Naturalmente, però, mentre sul piano umano sceglievo questa estrema apertura e partecipazione, mi sentivo anche libero sul piano della ricerca teorica di non rinunciare al mio spirito critico e soprattutto di non avallare queste credenze con l'imprimatur da parte dello "psicologo". 
Domande problematiche. Diverso è invece il caso di quando vengo interpellato professionalmente da individui di varia umanità, il più sano dei quali è convinto di essere la reincarnazione di Napoleone (questo è un dato clinico interessante: i matti oggi non credono più di essere Napoleone, ma la sua reincarnazione....). In queste situazioni, si tratta di capire quanto spazio vi sia per una effettiva psicoterapia e quanto invece si debba lasciare l'individuo al proprio destino, riconoscendo che non vi è ormai più nulla da fare e che anzi l'inizio di una terapia incrinerebbe il delirio, senza però poterlo sostituire con un effettivo lavoro di trasformazione. In questi casi -a differenza di quanto ad esempio avviene con le madri che hanno perso un figlio e ritengono di essere in contatto con lui "realisticamente" e non solo con la sua immagine interiorizzata- una grossa complicazione è costituita dalla mancanza di punti di riferimento e di ancoraggio esterni di cui queste persone soffrono, al punto che per sopravvivere devono continuamente rinforzare il proprio delirio. Sarebbe forse un'opera benemerita la fondazione di una associazione che riunisca tutti i Napoleoni reincarnati... ammesso che essi siano disposti a riconoscersi e tollerarsi reciprocamente. 
La fuga dalla realtà. In generale, è certamente problematico parlare di fuga dalla realtà, in quanto varie discipline hanno ormai indicato come non esistano in senso forte una realtà e un individuo "oggettivi", ma anzi sia la nostra mente a costruire la realtà: almeno da Kant in poi, noi sappiamo di non poter accedere alla cosa in sé, ma "solo" alla sua rappresentazione mentale. In particolare, se a proposito delle credenze in certi fenomeni parlassimo di fuga dalla realtà, ci potrebbe senza dubbio essere rivolta una obiezione: "ma di quale realtà tu parli? Anche ammettendo che la nostra Realtà non sia la vera, essa è costruita con gli stessi meccanismi psicologici con cui tu costruisci la tua e quindi ha gli stessi diritti di esistenza. Lasciaci dunque in pace!". 
Questa obiezione è senz'altro condivisibile sul piano dei diritti umani: ognuno è libero di pensare ciò che vuole, sino a che questo non è dannoso per altri e non porta ad esempio allo sfruttamento o alla segregazione, a suicidi collettivi o ad avvelenare con il gas nervino una metropolitana affollata. Fortunatamente, la libertà di pensiero è un diritto acquisito, che non spetta certo agli psicologi negare. 
Ciò non significa, però, che sul piano della ricerca teorica ogni ipotesi sia valida. Noi possiamo -e anzi forse dobbiamo- indicare quelle credenze che hanno meno riscontri di altre e in cui risulta evidente il vizio di fondo di una radicale intromissione dei desideri nei processi di pensiero. E' ad esempio evidente che ogni idea sui nostri destini dopo la morte è in qualche misura viziata dal desiderio di non morire o al contrario -desiderio forse meno evidente, ma in alcuni casi altrettanto forte- di sparire definitivamente una volta per tutte. Questo influsso del desiderio deve essere individuato e nei limiti del possibile sospeso, al fine di non permettergli di influenzare i processi di pensiero. 
Possiamo dunque sì sostenere a ragione che alcune credenze costituiscono una fuga dalla realtà -la realtà condivisibile nella nostra condizione umana- quando in esse riconosciamo la distorsione soggettiva apportatavi dall'individuo per svariati motivi, il più comune dei quali è come abbiamo visto l'incidenza dei propri desideri. La vita probabilmente è sì come un sogno, ma non è un sogno. 
Egoico, preegoico e transegoico. Uno dei meriti maggiori dei migliori esponenti della psicologia transpersonale -cioè di coloro il cui lavoro è servito a espandere il campo della psicologia in generale, non a confonderlo- è consistito nell'individuare le differenze tra la dimensione preegoica e quella transegoica, ovvero le differenze tra i fenomeni che intervengono quando la costruzione dell'io di un individuo è fallita e quando invece i limiti di un io funzionante normalmente vengono in qualche modo trascesi, consentendo l'accesso a stati e soprattutto a stadi di coscienza non usuali. Questa teorizzazione è servita a chiarire molte confusioni presenti nel campo della psicologia e della spiritualità, prima fra tutte la confusione tra schizofrenia e mistica: è infatti noto che gli operatori del campo psicologico spesso bollano come psicotica e in particolare schizofrenica ogni dimensione che non sia riconducibile agli aspetti più grossolani dell'io, mentre nel campo spirituale altrettanto spesso si tende ad avallare come "mistici" o anche solo religiosi fenomeni che sono invece perfettamente spiegabili con le nostre conoscenze sulla psicopatologia. 
Questa confusione tra la dimensione preegoica e transegoica ha portato a un dialogo tra sordi, in quanto di fatto gli operatori dei due campi sono ormai incapaci anche solo di intendere la problematica altrui. Il merito degli esponenti più significativi della psicologia transpersonale è consistito dunque da un lato nell'introdurre l'interesse per la psicologia convenzionale in alcuni ambienti spirituali, in particolare di matrice orientale, dall'altro nel rendere più sensibili gli operatori del campo psicologico verso dimensioni della coscienza che non sono egoiche in senso stretto, ma che non per questo sono patologiche, anzi rappresentano uno degli sviluppi più sottili e avanzati che la mente umana possa conseguire. Dopo la psicologia transpersonale, sembrano quanto meno fuori luogo le diagnosi di catatonia artificiale per gli stati raggiungibili nella meditazione o al contrario le devozioni troppo entusiastiche verso "maestri" che avrebbero invece bisogno di una seria psicoterapia, se non del carcere. 
Per quanto riguarda la nostra ricerca, questa distinzione tra dimensioni preegoiche e transegoiche è fondamentale, in quanto proprio nella loro confusione prosperano i maghi, gli indovini e i guaritori, il cui successo deriva spesso dal lavorare sulla dimensione preegoica, spacciando i propri risultati per successi transegoici. Il mondo dell'occulto e di tutto ciò che vi ruota intorno è quasi sempre caratterizzato dall'esaltazione di fenomeni preegoici, non riconosciuti nella loro valenza spesso psicopatologica, ma anzi elevati a dignità "spirituale", "terapeutica" o quanto meno "cognitiva". 
La difficoltà di una seria ricerca. In queste condizioni, una seria ricerca sui fenomeni che prudentemente potremmo definire non usuali era prima della psicologia transpersonale quasi impossibile. Ora invece possediamo maggiori strumenti psicologici, tuttavia da un lato manca un continuo confronto con i soggetti che affermano di possedere determinati poteri, dall'altro questa non è una ricerca che possa essere condotta semplicemente nel campo psicologico: occorrerebbe infatti coinvolgere fisiologi, fisici, neurologi, centri di ricerca, insomma creare un team veramente efficace e senza pregiudizi, in grado di indagare anche fenomeni estremamente complessi, che vanno a toccare aspetti particolarmente sottili della mente, del corpo e della materia in generale. 
Nel campo psicologico, ci resta la soddisfazione di aver iniziato questo lavoro, ma anche la sensazione che ciò che noi possiamo chiarire è solo un piccolissimo lembo di un cielo infinito, in cui brillano ancora poche stelle. 
Il rifiuto della sofferenza. Buona parte della fortuna di maghi, indovini e guaritori dipende dal generale rifiuto da parte dei loro clienti della sofferenza e della sua inevitabilità nell'esistenza umana. Naturalmente, questo rifiuto è in ognuno di noi, in quanto è nella nostra natura cercare di non soffrire e, se possibile, essere felici, ma coltivare la propria mente e sviluppare un atteggiamento realistico significa anche accettare che, per quanto ci si impegni verso il benessere, qualche forma di sofferenza ci toccherà pur sempre. Possiamo essere gli individui più realizzati di questo mondo, ma non per questo potremo ad esempio evitare le malattie, la vecchiaia e la morte o, anche solo a un livello meno drammatico, le infinite situazioni spiacevoli che la nostra vita comporta. Accettare questa verità significa vivere consapevolmente, godendo ciò che di positivo la vita ci offre e tollerando nei limiti del possibile ciò che di doloroso essa comporta. 
Se però questo processo di crescita interiore non si sviluppa, allora è quasi inevitabile il ricorso a maghi, indovini e guaritori, nella speranza di ottenere all'esterno quel rifugio e quella protezione che non si riesce a trovare nella propria mente. Si chiederà così all'imbonitore di turno quel rimedio, "farmacologico" o psicologico, che non si riesce a sviluppare autonomamente in se stessi. La cosa curiosa è che, data la forza dell'effetto-placebo, questi rimedi spesso funzionano... Il che ovviamente non testimonia dei poteri del personaggio "straordinario", ma della miriade di meandri ancora inesplorati della mente umana. 
Il rifiuto dell'insicurezza. Un altro fattore fondamentale per il successo di maghi, indovini e guaritori è il diffuso rifiuto dell'insicurezza. Anche su questo punto, vale un discorso analogo a quello fatto in precedenza per il rifiuto della sofferenza: tutti noi, infatti, temiamo l'insicurezza e in qualche modo ricerchiamo la sicurezza. Risvegliandoci al mattino, vogliamo trovare le nostre cose e le persone care intorno a noi, fare i gesti consueti, inserirci in un mondo che ha lo stesso senso del giorno precedente e intraprendere le attività che ben conosciamo. Questo bisogno di sicurezza si estende a ogni istante della nostra vita: guidando, desideriamo essere sicuri che non ci capiterà un incidente; professionalmente, vogliamo essere certi di avere sempre un lavoro; ritornando stanchi la sera ci aspettiamo di ritrovare la casa intatta e i familiari che ci attendono. Tutto ciò è perfettamente "normale", ma non per questo cessa di essere un'illusione... Nulla infatti ci garantisce che pochi istanti dopo esserci messi alla guida della nostra automobile non si subisca un incidente mortale, o che si resti disoccupati, o che la casa bruci proprio mentre nostra moglie sta scappando con il nostro migliore amico... Tutto questo capita e non c'è nessun motivo realistico per pensare che non possa accadere -anche se probabilmente non in una sequenza così drammatica...- anche a noi. 
Che fare, dunque? Anche in questo caso, si aprono due campi di possibilità: o una trasformazione della mente che porti ad accettare l'insicurezza insita nella nostra condizione umana o un ingenuo ricorso ai soliti maghi, indovini e guaritori, nella speranza che ci possano predire il futuro e naturalmente anche i mezzi per piegarlo a nostro beneficio. Quale strada si scelga dipende probabilmente da una opzione di fondo nei confronti della vita: viverla pienamente in tutte le sue forme, anche quelle che più attaccano le nostre sicurezze, oppure proseguire un infantile atteggiamento di appoggio a potenti figure paterne che, con un buffetto sulla guancia, ci rassicurino che non c'è nulla di cui preoccuparsi. Questa seconda scelta offre un sicuro tornaconto psicologico immediato, ma purtroppo non preserva dai colpi della vita. 
Il rifiuto dei limiti. Il terzo fattore alla base del successo di maghi, indovini e guaritori è strettamente collegato ai precedenti e consiste in un rifiuto dei propri limiti. La vita infatti, come ognuno di noi ha potuto dolorosamente sperimentare, incrina il nostro narcisismo infantile: purtroppo non siamo i più belli, i più forti, i più intelligenti e i più bravi, ma siamo solo esseri umani che stanno cercando di passare decentemente quei pochi anni che la biologia e il destino loro riservano. Anche in questo caso, noi possiamo scegliere -sebbene questo verbo sia forse troppo ottimistico- tra una matura accettazione della nostra condizione o la illusoria ricerca di ogni mezzo che riaffermi il nostro narcisismo originario e quindi anche la nostra onnipotenza. A questo proposito, una figura emblematica è rappresentata dalla donnetta che non accetta di essere stata abbandonata dall'amato ed è convinta di poterlo riconquistare grazie alla miracolosa pozione fornitagli dal mago televisivo. La protezione narcisistica che questo intruglio offre è evidente e in fondo tutti noi ben faremmo a rivolgerci a qualche imbonitore, se non fosse per i tracolli che intervengono allorché la pozione mostra i propri limiti... 
Psicoterapia e via spirituale. Il rifiuto della sofferenza, dell'insicurezza e dei propri limiti è in qualche modo alla base anche di molte domande di psicoterapia o di spiritualità. Il destino a cui questo rifiuto va poi incontro è però molto diverso in ciascuno dei due casi. Nella psicoterapia, infatti, risulta ben presto evidente che essa, proprio perché è anche una scuola di realismo, non soddisfa questa sorta di protesta infantile, ma anzi può aiutare a dissolverla, perché è proprio questo rifiuto del lato oscuro della vita che la rende invivibile anche in quegli aspetti che sarebbero invece piacevoli. Al termine di una psicoterapia riuscita il paziente è ben consapevole di trovarsi esposto a una sofferenza, a una insicurezza e a dei limiti esistenziali ineliminabili, ma è anche altrettanto consapevole e lieto di essersi liberato di buona parte di quella sofferenza, di quella insicurezza e di quei limiti che a ragione possiamo definire psicopatologici. 
Nel caso di una via spirituale, invece, la promessa molto spesso è proprio di eliminare anche la sofferenza, l'insicurezza e i limiti che sono insiti nella condizione umana. Questo passaggio, probabilmente indispensabile, è però anche molto pericoloso, in quanto, se non si comprende la differenza rispetto ai livelli psicologici usuali, si finisce veramente per fare del proprio "maestro spirituale" un mago, un indovino o un guaritore. Qui non sto parlando degli eventuali effetti psicoterapeutici di un sentiero spirituale -che, anche quando intervengono, sono da considerarsi collaterali a un percorso di ben più ampia portata- ma della lettura in chiave grossolanamente psicologica di realizzazioni che sono invece squisitamente spirituali. 
Le maschere dello psicoterapeuta. Naturalmente, qualora il paziente si rivolga allo psicoterapeuta investendolo della funzione di mago, indovino o guaritore è il caso che egli non respinga direttamente questa proiezione, ma la sappia leggere nella sua dimensione transferale e quindi, assumendo tali maschere, possa aiutare il paziente a indagare i bisogni che sottendono queste proiezioni. Come sempre, tutto ciò che emerge nella psicoterapia è da prendere in considerazione e non deve essere assolutamente svilito. 
Su questo punto, la differenza tra un serio psicoterapeuta e un ciarlatano è evidente: mentre infatti il primo utilizza ai fini della terapia le maschere che deve assumere, il secondo le strumentalizza per i propri tornaconti personali, che solitamente sono economici, ma possono anche divenire sessuali e manipolatori. 
Sapersi fermare. Per uno psicoterapeuta è importante sapersi fermare al momento giusto nel proprio desiderio di aiutare il paziente, pena il rischio di creare più problemi di quanti ne possa effettivamente risolvere. Per far questo, occorre che egli abbia ben compreso le potenzialità, ma anche i limiti, del suo operare, ovvero che abbia elaborato i fantasmi di onnipotenza che in qualche modo sono sempre presenti all'inizio della sua pratica. Sapersi fermare significa dunque da un lato essere selettivi nell'accoglimento delle domande di terapia e dall'altro, cosa che ora ci interessa maggiormente, comprendere quale materiale psichico esuli dal proprio interesse. Però forse questa espressione non è del tutto corretta: infatti, uno psicoterapeuta può lavorare solo se è curioso, cioè solo se tendenzialmente non avverte come estraneo nulla di ciò che riguarda il mondo interiore. Possiamo allora dire che è auspicabile che uno psicoterapeuta avverta interesse per tutto il materiale psichico che il paziente gli presenta, ma sappia discernere a proposito della direzione di indagine e soprattutto di trasformazione che la psicoterapia può intraprendere. 
Facciamo un esempio. Ammettiamo che un paziente ci parli di un sogno che si è rivelato "premonitore". In questo caso, dobbiamo evitare i due estremi che consistono rispettivamente nel negare ogni valore (oggettivo e soprattutto soggettivo) a questa premonizione o nell'accettarla acriticamente, pronti addirittura ad arzigogolare su di essa. In entrambi i casi, infatti, rinunceremmo alla nostra posizione di ascolto e di curiosità, per prendere partito acriticamente su un argomento che esula dal nostro campo di indagine. Pertanto, quando un paziente, o anche un interlocutore al di fuori del rapporto terapeutico, mi chiede che cosa io pensi dei sogni premonitori, rispondo che certamente vi sono verità alle quali non abbiamo ancora accesso, ma che d'altra parte è molto difficile indagare obiettivamente questi fenomeni, perché è troppo forte il nostro desiderio di confermarli o negarli. Suggerisco pertanto una posizione di curiosa attenzione, che non neghi possibilità sinora sconosciute, senza però che per questo ci si precipiti in conclusione azzardate. In fondo, vi è già una tale abbondanza di fenomeni "certi" da indagare proficuamente, che non è proprio il caso di dedicare troppe energie ad altri fenomeni, la cui esplorazione ci può distrarre da compiti più remunerativi, sicuri e radicati nel quotidiano. 
Non c'è limite... Uno dei maggiori problemi che si incontrano quando si resta incuriositi da fenomeni strani, consiste nel non esservi limiti alla gamma di credenze disponibili. E' infatti possibile prendere spunto dalla più che valida sensazione che il mondo non sia esattamente come ci appare -verità questa tra l'altro confermata dalla fisica moderna: basti ricordare l'antimateria, concetto per noi letteralmente impensabile...- per poi trovarsi dopo pochi passaggi logici a credere negli asini che volano... La premessa è valida, gli sviluppi di pensiero sono corretti, ma la conclusione è infondata. 
In questi anni ho conosciuto molti pazzi, il cui delirio ruotava intorno a queste tematiche: ciò che in essi mi ha sempre colpito è stata la logicità dei loro ragionamenti, che letteralmente non fanno una grinza. Per motivi di discrezione non posso presentare nessuna di queste loro costruzioni -che essendo molto "personalizzate" risulterebbero pure molto riconoscibili- ma è certo che il loro ascolto mi ha convinto di come la follia consista non in ragionamenti sconnessi che prendono le mosse da premesse errate, ma semplicemente nel non sapersi fermare... Chissà, forse un pazzo è un presuntuoso che non ha saputo accettare il Mistero, ma anzi ha cercato di piegarlo alle proprie elucubrazioni mentali. 
Quando vengo invitato a parlare di argomenti connessi alla psicologia, ma che per molti versi ne costituiscono una estensione, spesso mi trovo a fianco di "esperti" che discettano tranquillamente su stati alterati di coscienza, energie sottili, la vita dopo la morte, Dio... A volte, ho l'impressione che l'unica differenza tra essi e i pazzi che mi capita di incontrare professionalmente consista solamente nel fatto che questi ultimi non sono riusciti a organizzare un convegno per diffondere le proprie idee... Ma perché non riconoscere i propri limiti? Perché impegnare così prepotentemente il proprio ego in argomenti che tanto lo trascendono? Perché non sciacquarsi la bocca prima di parlare? Perché non darsi infine il tempo per contemplare, più che per "spiegare"? 
Ci potremo differenziare dai maghi, gli indovini e i guaritori solo se avremo fatto un notevole lavoro sul nostro io per ridefinirlo, ridimensionarlo e relativizzarlo, insomma per viverlo in una luce nuova.
di Adalberto Bonecchi 

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