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La radicalizzazione è dietro casa

Il jihad è inteso come la lotta interiore del credente contro il male, come lo sforzo di propagazione della fede, come la lotta militare per difendere la società islamica dalle aggressioni dei non musulmani. Questo significato viene, soprattutto negli ultimi anni, purtroppo usato secondo i propri interessi per giustificare gli atti di violenza contro quelli considerati miscredenti.


Jihad è considerata la ragione per combattere contro il nemico occidentale, colui che non segue lo stile di vita dell’Islam. Quando viene invocato il Jihad per spingere i Musulmani a prendere parte alle guerre contro gli infedeli la sua principale motivazione è la credenza che chiunque sia ucciso sul campo di battaglia andrà direttamente in Paradiso[1]. “E se sarete uccisi sul sentiero di Allah, o perirete, il perdono e la misericordia di Allah valgono di più di quello che accumulano.” Corano 3,157. Il messaggio jihadista è forte, è virile, in pieno contrasto con quello occidentale, debole e non più in grado di attrarre i giovani, si parla esclusivamente di crisi dei valori, crisi economica, non si prospetta che un futuro incerto; il messaggio dell’Occidente è quello di piegarsi agli interessi individualistici dimenticandosi della società.


Il jihad, al contrario, dà ai giovani un senso di appartenenza, un’identità nuova, e gli obiettivi diventano comuni[2]. La presenza sempre più numerosa dei musulmani in Europa, che considerano la loro permanenza ormai definitiva, e che aspirano ad una piena integrazione, ha indotto processi di trasformazione all’interno dello spazio sociale europeo. La loro europeizzazione rappresenta un processo di integrazione nell’integrazione[3]. Nel periodo tra il 1960 e il 1990 i Paesi europei, senza immaginare le eventuali conseguenze sulle proprie società, adottarono un rapporto incentrato sul “laissez-faire”, permettendo ai governi e alle ONG del mondo islamico di modellare la vita politica e religiosa dei musulmani in Europa.


Tuttavia tra il 1990 e il 2010 i governi europei riconobbero che i lavoratori migranti una volta temporanei, i loro figli e i loro nipoti erano diventati parte permanente del contesto politico e demografico, una comunità di nuovi e futuri cittadini i cui contorni dovevano essere ancora scolpiti. Data la crescita della popolazione musulmana e la loro maggiore visibilità nella vita pubblica, decisero di impegnare maggiori risorse nel perseguire politiche che ne incoraggiassero l’integrazione. Ciò provocò il riemergere in tutta Europa di alcuni istinti propri dello Stato-Nazione, legati a tematiche quali la conservazione dell’identità nazionale e la stabilità della coesione sociale. Le misure attuate variavano dalle restrizioni religiose, come vietare il burqa e i minareti, ad alcune imposizioni civiche come corsi obbligatori di lingua e test di cittadinanza.

Per società ospitanti come Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Italia e Paesi Bassi, l’integrazione dei musulmani è diventata una sfida di “nation-building” di portata storica. Il percorso per tale inclusione spesso provocò diversi problemi tra cui forme di radicalismo anche violento. La radicalizzazione viene intesa come quel processo di cambiamento di persone fino a quel momento lontane da qualsiasi forma di criminalità, che le porta a commettere atti aggressivi e terroristici contro innocenti, contro i civili del proprio paese. Questa teoria sulla radicalizzazione, condivisa sia nel campo sociale che psicologico, propone un percorso che inizia con lo sviluppo di simpatie verso la protesta violenta e verso gli attentati ai danni dei civili, fino ad arrivare a partecipare attivamente a degli atti terroristici[4]. Erroneamente si crede che il terrorismo abbia una matrice religiosa, si suppone che si tratti di un estremismo, ma la propaganda che viene utilizzata per reclutare nuovi fratelli usa chiaramente una retorica politica mascherata da ideologia religiosa. Per prevenire la radicalizzazione è necessario comprendere meglio quali siano i rischi ed i fattori protettivi degli individui. Tra le condizioni implicate nel processo di radicalizzazione si possono trovare comunemente il senso di iniquità e ingiustizia, la percezione dell’essere discriminati, l’emarginazione, ed una mancanza di integrazione nella società[5]. Il terrorismo odierno è una potente forma di persuasione che induce paura, e promuove idee pericolose e infettive, esso si basa su una lotta per trasformare il mondo, con la responsabilità verso la divinità, e con il desiderio di martirio, di rivendicazioni economiche, politiche e culturali, e di un’egemonia islamica in tutto il mondo.


La globalizzazione ha indebolito i confini, vi è stata una diffusione delle informazioni, e la delocalizzazione di un gran numero di persone. Le nazioni si sono indebolite spesso di fronte a una crisi di identità nazionale che risveglia le identità etniche e religiose dormienti, è aumentato l’odio verso la società occidentale, a causa della sempre maggiore disparità economica che alimenta il malcontento. Di conseguenza aumenta la violenza, considerando che il terrorismo offre la promessa della salvezza da questo sfruttamento e da questa povertà. Il terrorismo è costituito da violenza deliberata di natura politica e simbolica, perpetrata direttamente o per delega, con l'intento di causare danni o lesioni allo scopo di intimidire la popolazione civile e, in alcune circostanze, influenzare le politiche e le azioni di un paese. Olivier Roy, professore francese, soffermandosi sulla situazione odierna in Francia, continuamente attaccata in nome della Jihad, sostiene che l’Isis non utilizzi dei cittadini siriani per compiere attentati nel suo paese, ma che possa attingere ad un grande bacino di giovani francesi radicalizzati, i quali non sono particolarmente interessati alla situazione in Medio Oriente, ma sono alla ricerca di una causa da seguire, da fare propria a tutti i costi, anche se il prezzo da pagare per aderirvi è altissimo.


Dal 1996 stiamo assistendo alla radicalizzazione di due categorie di giovani: i Francesi di seconda generazione e i convertiti; si tratta di una rivolta dei giovani. Vi sono due spiegazioni a questo fenomeno: la culturalista, e la terzomondista. La prima si sofferma sulla guerra di civiltà, sottolineando che la rivolta di questi giovani musulmani dimostra che l’islam non possa integrarsi, almeno fino a quando non vi sarà una riforma teologica che andrà a cancellare l’invito al jihad presente nel Corano. La seconda si sofferma sull’identificarsi dei giovani con la causa palestinese, sulla loro condanna degli interventi occidentali in Medio Oriente, e sulla loro emarginazione in quello che è un Paese caratterizzato da una società razzista e islamofoba. Ma Roy si chiede come mai i convertiti, ovvero le persone che non sono mai state vittime di questa xenofobia, scelgano di vendicare i musulmani; soprattutto coloro che sono molto lontani dal mondo islamico, che non sono venuti mai a contatto con esso. Questa non è quindi una rivolta dei musulmani, ma una rivolta di giovani che aderiscono al jihad perché sono alla ricerca di un’opportunità per radicalizzarsi, in altre parole “non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo”. Sia i ragazzi di seconda generazione che i convertiti hanno in comune una rottura con i propri genitori, e con la loro religione, l’islam a cui aderiscono è diverso, i primi sono occidentalizzati e parlano francese.

Molti sono stati in prigione, ed improvvisamente scelgono di convertirsi alla religione pura, ed iniziano a rifiutare la propria cultura occidentale, simbolo dell’odio che provano per loro stessi. “Il loro è un islam di rottura, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a nulla offrirgli un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli”. Nessuno di loro prima si è interessato di teologia o dello Stato islamico. Si radicalizzano in piccoli gruppi, tentano di ricreare una famiglia e un senso di fratellanza, e spesso addirittura sono fratelli di sangue, è il caso dei fratelli Kouachi e Abdeslam, i fratelli Clain che si convertono insieme, i fratelli Tsarnaev che organizzano l’attentato di Boston nel 2013. Si convincono di essere dei musulmani puri, cercano una nuova identità, scelgono l’islam perché è un’opportunità di poter seminare il terrore[6]. Nel corso degli ultimi decenni gli psicologi hanno indagato sul ruolo dei media nel plasmare atteggiamenti e comportamenti. Storicamente i terroristi hanno sfruttato i media per giustificare e pubblicizzare la loro causa, attraverso i mezzi di comunicazione, essi aumentano la visibilità, la loro credibilità, e di conseguenza anche il sostegno. Inizialmente utilizzavano la televisione e la radio, ma adesso si avvalgono della piattaforma internet[7].


Studiosi come Frey, Hoffman e Wilkinson, sostengono che la relazione tra il terrorismo e i mass media sia simbiotica. Uno degli obiettivi dei jihadisti è proprio l’attenzione dei media per raggiungere la popolazione di massa, per potere influenzare maggiormente le persone, una maggiore copertura mediatica significa un maggiore successo. Si tratta di un rapporto simbiotico perché l’uno alimenta l’altro, i media hanno bisogno di ottenere offerte di pubblicità con ogni mezzo possibile, e gli atti terroristici forniscono loro un vero spettacolo, gli ascolti aumentano, e di conseguenza anche il successo degli uni e degli altri. Viene data ai jihadisti una maggiore legittimità. Un altro obiettivo importante è quello di aumentare il risentimento pubblico verso il loro governo, e i media permettono che venga raggiunto tale scopo.

Nel momento in cui i terroristi vengono umanizzati, ovvero quando viene raccontata la storia personale di queste persone, si indaga sulle loro motivazioni, allora si sviluppa una certa empatia da parte del pubblico, si può addirittura comprendere il gesto compiuto. Erikson sostiene che umanizzando i terroristi, i media permettono al pubblico di schierarsi dalla loro parte, come se avessero bisogno di essere salvati. Gli attentatori vengono mostrati come combattenti solitari, circondati da forze di polizia e squadre speciali, così la scena raffigurata è quella di un combattimento asimmetrico, i loro atti diventano ricchi di coraggio, e sono pronti a sacrificare la propria vita per la causa in cui credono. Essi diventano degli eroi, e questo rischia di fare aumentare il numero degli arruolamenti. Internet è molto difficile da controllare, l’accesso è permesso a chiunque in tutto il mondo, è il mezzo ideale. Le immagini ed i filmati sono privi di censure, la comunicazione è bidirezionale, si crea un legame più forte tra i due interlocutori, ed il reclutamento diventa più semplice[8].


Secondo Randy Borum, professore di Criminologia e Psicologia dell’University of South Florida, coloro che scelgono di arruolarsi alla causa jihadista hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di appartenere ad un gruppo. Tali soggetti sono molto vulnerabili, spesso non riescono ad integrarsi, non si sentono di essere britannici ad esempio, ma si riconoscono nella loro religione islamica. Molti potenziali terroristi trovano nei movimenti radicali e nei gruppi estremisti questo senso di appartenenza che cercano continuamente, trovano proprio il senso della vita. Così soltanto riescono ad affrontare la loro vita, di cui si sentono insoddisfatti. Un giovane musulmano, nato e cresciuta nel Regno Unito, distante dai propri genitori, dalle convinzioni conservatrici e distanti da lui, che non riesce a inserirsi nella nuova comunità perché bloccato dagli atteggiamenti parentali e religiosi, che è vittima di una continua umiliazione razzista, che ha un’istruzione inadeguata ed è privo di prospettive, è ad alto rischio di un avvicinamento al fondamentalismo, con la concreta possibilità di diventare successivamente un terrorista. La nuova religione può finalmente farli sentire parte di qualcosa, può affidare loro un compito. Così i sé feriti di questi giovani possono essere contenuti, e proiettati sugli altri, visti come cattivi. Il fondamentalismo li fa avvicinare a Dio, li fa sentire dei prescelti. Vengono praticati dei rituali per creare la coesione del gruppo; vi è un comune senso di insicurezza, un comune terrore dell’estinzione.


L’esistenza dipende dalla distruzione dell’altro su cui viene proiettato tutto il male, sotto il controllo di Dio che dà la sicurezza. Coloro che si avvicinano alle idee fondamentaliste sono spinti da un’iniziale curiosità verso questo mondo oscuro, ma non tutti loro alla fine simpatizzeranno con la causa jihadista, o addirittura ne diventeranno degli affiliati. La difficoltà sta proprio nel tentare di comprendere le cause per cui si giunga a questo. Le teorie, poi in parte confermate da alcune ricerche, si basano sull’idea che vi siano due filoni di pensiero: un primo che si concentra sugli aspetti demografici e socio-economici, ed un secondo che si focalizza sui disturbi traumatici, quindi analizza il fenomeno da un punto di vista meno sociologico, concentrandosi più sui problemi dell’individuo. Ritengo che i due filoni non vadano ad escludersi vicendevolmente, ma che possano essere interdipendenti. Secondo Olivier Roy stiamo assistendo ad una Islamizzazione del radicalismo, e non ad una radicalizzazione dell’Islam. Ciò potrebbe significare che i giovani con dei vissuti traumatici, possono trovare nella causa jihadista la valvola di sfogo per manifestare la propria aggressività. Il terrorismo è un fenomeno molto eterogeneo, difficile da inquadrare, e nonostante abbia origini antiche, presenta sempre delle differenze rispetto al passato, perciò occorre studiarlo, approfondirne ogni aspetto. Occorre cercare di prevenirlo, e cercare di attuare dei piani di deradicalizzazione, in particolare nelle carceri.



[1] Esposito J.L. Guerra Santa? Il terrore nel nome dell’Islam. Vita e Pensiero.  Milano, 2004.

 

[2] Ferrara A. Autenticità riflessiva. Il progetto della modernità dopo la svolta linguistica. Feltrinelli.  Milano, 1999.

[3] Maniscalco M.L. Islam europeo, Sociologia di un incontro. Franco Angeli.  Milano, 2012.

[4] Bhui K., Everitt B. and Jones E. Might Depression, Psychosocial Adversity, and Limited Social Assets Explain Vulnerability to and Resistance against Violent radicalisation?www.Journals.plos.org 2014.

 

[5] Bhui K., Everitt B. and Jones E. Might Depression, Psychosocial Adversity, and Limited Social Assets Explain Vulnerability to and Resistance against Violent radicalisation? www.Journals.plos.org 2014.

 

[6] Roy O. Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista. Le monde. Francia. www.Internazionale.it. 2015.

[7] Stevens M. J. What is terrorism and can psychology do anythingto prevent it?  www.pubmed.gov  2005.

[8] Shuaibi N. Symbiotic relationship revisited: a study on the impact of mass media on terrorism in the transatlantic region. 2015.



BIOGRAFIA DELL'AUTRICE

Valeria Nava è nata a Reggio Calabria, ha studiato a Roma, a Parigi e a Boston. È Psicologa Clinica, Criminologa, Sessuologa, Esperta di Teologia delle Religioni e delle Culture dell’Asia, Mediatrice Interculturale e Familiare. Fin da giovanissima attiva nel volontariato si interessa in particolare di immigrazione e di religioni. Lavora nel campo economico e nella ricerca in Psicologia Economica.

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